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Foglio "Lussino" n. 20
pagina 13

Strada vecia, la prima strada de Lussin

a cura di Doretta Martinolli dal testo di Anita Cavedoni Nicolich

     La strada vecia, la prima del centro de Lussin la xe stada costruida tra el 1700 e el 1750, come le capelete del Calvario, con blocchi de piera grigia. 
     Soto l’Austria iera via Arciduca Stefano, soto l’Italia via Gabriele d’Annunzio, adesso via Zagabria. 
     Nel 1960 quando i fazeva el scavo per portar l’acqua de Vrana tanti blocchi de piera xe andai roti, così quando i la ga rimessa a posto i blocchi ga rivà fino la tintoria Nicoletta e fino Clanaz i la ga petonà. 
     Nel tempo dela nostra gioventù, dalla matina alla sera, la iera animada con un via vai dela nostra gente, e dele nostre famiglie e dele sue 24 attività: 
      Dalla piazza per el rato in su ghe iera: la botega del Marcich; el Giardineto con la sala de ballo, la galleria, l’osteria; più tardi con la proiezion del cine muto; l’oficina del Romeo Barbieri; la sartoria de Ana Salvien; el forno del Carlin; la sartoria de Piero Udina; la botega del bazvuar Giovanin (bottaio); el Veliante con el forno e la pistoria; i bagni S. Marco;
el Maestro de musica Giorgieri; el falegname Vernig;

  la scuola popolare, dove gavemo appreso i primi insegnamenti; la botega de Ana (brudetinche) e del Poldo; l’ambulanza del russo dentista; el falegname Plescunic; la sartoria della Anna Zebus Fragiacomo; i Cavedoni scalpelini, con la vendita del latte; la Nicoleta - tintoria; la fabreria del Nicola Tadia; la sartoria dela Maria Bosco; el caligher gobeto Cavallerin; la sartoria dela Palicucia; la sartoria dela Anna Giuricich e alla fine della strada l’Osteria dela Marieta del Oriente. 
      Adeso la xe senza atività e senza le nostre famiglie che abitava, ne xe rimaste 8, smezade, non intiere, de rado ne vedemo e quando se incontremo un bon giorno e bona sera ne disemo. Xe finide le serenate, le riunioni col vicinato nele grandi feste, non passa la procession del Corpusdomine, né la banda del paese, all’estate no xe più el veceto dei gelati col careto. Le done de Lussingrande colle cassete del pesse fresco in testa declamando per tuta la strada: “Done, pesse fresco, sardele, sardelini, moli, moleti, cagni freschi apena pescadi.” Che zene prelibate! Quando andemo in su o in zo disemo un requiem per tuti quei nostri che riposa in S. Martin! 

In molo al vapor

di Mari Rode

     Dopo il caffè Quarnero il molo protendeva la sua mole dalla Riva sul mare. Il suo lastricato bianco, compatto, di pietra d’Istria, poggiava sul substrato senza cedimenti e non presentava fessure tra masso e masso. 
     Il molo: “Dolci gli arrivi, amare le partenze”. 

     Qui arrivavano le navi: la
S. Giusto e la Morosini,
provenienti da Trieste e da Venezia, proseguimento verso la Dalmazia. Da Ancona approdava la Stamura e dalla Puglia la Città di Bari. Tutte barche in transito. 
     C’era poi un piccolo vapore tutto bianco, che aveva
un più stretto rapporto con la nostra valle, era il S. Vito, che instancabile percorreva la linea delle isole, Sansego, Canidole, Unie e proseguiva per Fiume dove arrivava il pomeriggio e ripartiva il mattino presto. 
     Il lussignano in partenza raggiungeva il molo per
tempo, accompagnato dai parenti che si mettevano in cerchio intorno alla valigia ad aspettare l’arrivo del “vapor”. Fermi non parlavano perché “muzzeni”, non avevano neanche voglia di ascoltarsi: “i taseva”. 
     Se una conoscente veniva a salutare il partente, si
poteva sentire la frase nervosa “no la xe mai puntual, sempre la arriva tardi, anche a messa...” e magari dalla Bocca Vera non si vedeva ancora “spuntar el vapor”. Quando finalmente la motonave arrivava, si spostavano un po’, sempre in silenzio, per non prendere il pandolo in testa.

 Come mettevano la passerella d’imbarco, il lussignano salutava in fretta ed entrava a bordo, aveva pagato il biglietto e aveva paura di rimanere sull’isola e magari di perdere l’imbarco. D’improvviso, mentre durante l’attesa tutti tacevano, il partente ora sentiva il desiderio di dire tante cose e altrettante gli raccomandavano amici e parenti: scene spontanee di affetto e di amicizia. 
     Una lussignana salì un giorno sulla nave portando la carrozzella con la bimba che dormiva e le valige, ma non contenta dei brevi saluti alle amiche, che l’avevano accompagnata, volle scendere da bordo per ripetere con più calma i saluti. Quando sentì il fischio della partenza e vide che i portuali stavano levando la passerella, lanciò un grido: “la piccola!”. I marinai ebbero un bel da fare per riportarla a bordo.   
     Anche i due giovani, sposi da otto giorni, mentre attendevano “el vapor”, se ne stavano zitti con la “mucca” in gola, perché lo sposo andava a Trieste per imbarcarsi. Quando lo sposo fu sulla nave ebbe il coraggio di gridare alla sposa: “e scrivi sulla lettera se ti xe rimasta...” 
     Dopo il fischio i marinai mollavano gli ormeggi, il vapore girava la poppa verso Velopin e poi puntava la prua verso Bocca Vera: dal molo e da bordo tutti si salutavano col fazzoletto bianco e con quella tenerezza che spesso inumidisce gli occhi! 

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Ultimo aggiornamento lunedì 04 settembre 2006