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Dal
giorno 11 maggio scorso non è più con noi
Silvia
Giovannini, zia di mio marito. Era la figlia secondogenita di
Giuseppe Ivancich (delle Donossipovice) e di
Pia Ivancich in Ivancich, ed è nata a Trieste il 12 settembre 1913.
Il fratello maggiore era mio suocero Guido Ivancich
(poi Giovannini) e la sorella minore era Noretta;
entrambi sono purtroppo deceduti.
Si era diplomata maestra alla scuola
magistrale Carducci
di Trieste e, sulla falsariga della zia paterna Giuseppina
Ivancich, ha esercitato la sua “missione” di maestra,
d’asilo prima e di scuola elementare poi, in Istria,
a Treviso e da ultimo e per molti anni a Servola. Aveva
un carattere forte, dolce, gentile. Si sentiva molto vicina
ai giovani, che ha sempre compreso e aiutato. Sostenuta
dalla fede, sapeva sopportare le malattie e le sofferenze
fisiche, molte, particolarmente in questo ultimo anno
di vita, avendo cura di non pesare minimamente su
chi le stava vicino. Ha amato molto lirica e viaggi, che ha
effettuato principalmente con l’associazione Maestri cattolici.
Era una persona tanto buona, modesta, genuina e
“fine”, come amano ricordarla le sue amiche. Questo gruppo
di “ragazze del 1913”, che va inevitabilmente assottigliandosi
via via, è costituito dalle antiche compagne di
scuola che, fin dai tempi delle elementari, continuano ad
essere tra loro legate da sentimenti di fraterna e affettuosa
amicizia. Mi rammento della bellissima esperienza vissuta
il giorno in cui zia Silvia ha festeggiato il novantesimo
compleanno con le sue compagne: non sembrava
certo di essere in mezzo a novantenni, tanto il cicaleccio
era gioioso, pieno di brio, fresco. Io, che ero lì solo
per aiutare a servire il thé, mi sentivo quasi un’intrusa in
quel mondo che sembrava tornato indietro di ottant’anni.
Quanto avrei voluto essere veramente proiettata indietro
nel tempo a spiare quel mondo ormai così distante!
Così come mi accade spesso in vacanza a Lussino:
quando mi ritrovo a girare per le viuzze, o quando
sono a messa al Duomo, vorrei sentire gli echi di una
vita di altri tempi. Di quella vita di cui nonna Pia, mio
suocero e la zia Silvia mi hanno fatto vedere alcuni flash
molto incisivi. Così io, che solo nel 1970 ha conosciuto Lussino,
mi sono ritrovata innamorata di quest’isola tanto
da non poterla più vedere con occhi da turista. Questo
lo devo in gran parte proprio alla zia Silvia. Tanto attaccata
a Lussinpiccolo, dove da bambina e da giovane andava
a trascorrere le vacanze estive, non mancava mai di
raccontare scene di vita d’ogni giorno ed aneddoti famigliari
che vorrei avesse avuto l‘idea di mettere per iscritto
a beneficio di nipoti e pronipoti.
Ricordo che nel luglio 2001, quando sono riuscita ad organizzare
quella che poi è risultata essere la sua ultima visita a Lussino,
Paolo ed io facevamo quasi fatica a stare dietro a questa vecchia,
magra signora che, appoggiandosi al bastone, correva con piglio
assolutamente giovane per le vie del paese e le vedeva, ne sono
certa, esattamente come erano tanti, tanti anni fa. Così ci
mostrava la casa di Piazza e quell’altra più piccola nel vicolo
dietro che era riservata alle loro vacanze. E la finestra al secondo
piano dalla quale nonna Pia scambiava il giornale con le cognate
attraverso il vicolo. Loro erano tre ragazzini turbolenti e nella
casa di Piazza, abitata da tante persone anziane, c’era sempre
qualcuno che stava male e non doveva essere disturbato. |
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E il
31 luglio, in visita a S. Martin
sulla tomba del nonno Giuseppe nel settantesimo anniversario
della morte, ha saputo rievocare per noi tante
figure di famiglia ed echi di voci spente ormai da tanto
tempo eppure sempre vive. E che felicità la sua, quando
l’abbiamo portata in motoscafo a Cigale, in Valle d’Augusto
e, passando sotto al ponte, a Zagazignine, a S. Martin,
a Valdarche e infine a Lussingrande! Si rivedeva bambina
e giovinetta assieme alla sua mamma alla quale piaceva
enormemente remare e portarla a fare tante gite in
barca. Ricordo che il suo entusiasmo mi aveva contagiato a
tal punto che, quando siamo poi tornati al molo, nell’attracco,
per sbaglio, ho afferrato il suo bastone anziché il
mezzo marinaio...
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