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Foglio "Lussino" n. 21
pagina 11

Ricordo di Silvia Giovannini

di Rita Cramer Giovannini

   Dal giorno 11 maggio scorso non è più con noi Silvia Giovannini, zia di mio marito. Era la figlia secondogenita di Giuseppe Ivancich (delle Donossipovice) e di Pia Ivancich in Ivancich, ed è nata a Trieste il 12 settembre 1913. Il fratello maggiore era mio suocero Guido Ivancich (poi Giovannini) e la sorella minore era Noretta; entrambi sono purtroppo deceduti. 
     Si era diplomata maestra alla scuola magistrale
Carducci di Trieste e, sulla falsariga della zia paterna Giuseppina Ivancich, ha esercitato la sua “missione” di maestra, d’asilo prima e di scuola elementare poi, in Istria, a Treviso e da ultimo e per molti anni a Servola. Aveva un carattere forte, dolce, gentile. Si sentiva molto vicina ai giovani, che ha sempre compreso e aiutato. Sostenuta dalla fede, sapeva sopportare le malattie e le sofferenze fisiche, molte, particolarmente in questo ultimo anno di vita, avendo cura di non pesare minimamente su chi le stava vicino. Ha amato molto lirica e viaggi, che ha effettuato principalmente con l’associazione Maestri cattolici. Era una persona tanto buona, modesta, genuina e “fine”, come amano ricordarla le sue amiche. Questo gruppo di “ragazze del 1913”, che va inevitabilmente assottigliandosi via via, è costituito dalle antiche compagne di scuola che, fin dai tempi delle elementari, continuano ad essere tra loro legate da sentimenti di fraterna e affettuosa amicizia. Mi rammento della bellissima esperienza vissuta il giorno in cui zia Silvia ha festeggiato il novantesimo compleanno con le sue compagne: non sembrava certo di essere in mezzo a novantenni, tanto il cicaleccio era gioioso, pieno di brio, fresco. Io, che ero lì solo per aiutare a servire il thé, mi sentivo quasi un’intrusa in quel mondo che sembrava tornato indietro di ottant’anni. Quanto avrei voluto essere veramente proiettata indietro nel tempo a spiare quel mondo ormai così distante! Così come mi accade spesso in vacanza a Lussino: quando mi ritrovo a girare per le viuzze, o quando sono a messa al Duomo, vorrei sentire gli echi di una vita di altri tempi. Di quella vita di cui nonna Pia, mio suocero e la zia Silvia mi hanno fatto vedere alcuni flash molto incisivi. Così io, che solo nel 1970 ha conosciuto Lussino, mi sono ritrovata innamorata di quest’isola tanto da non poterla più vedere con occhi da turista. Questo lo devo in gran parte proprio alla zia Silvia. Tanto attaccata a Lussinpiccolo, dove da bambina e da giovane andava a trascorrere le vacanze estive, non mancava mai di raccontare scene di vita d’ogni giorno ed aneddoti famigliari che vorrei avesse avuto l‘idea di mettere per iscritto a beneficio di nipoti e pronipoti.   
Ricordo che nel luglio 2001, quando sono riuscita ad organizzare quella che poi è risultata essere la sua ultima visita a Lussino, Paolo ed io facevamo quasi fatica a stare dietro a questa vecchia, magra signora che, appoggiandosi al bastone, correva con piglio assolutamente giovane per le vie del paese e le vedeva, ne sono certa, esattamente come erano tanti, tanti anni fa. Così ci mostrava la casa di Piazza e quell’altra più piccola nel vicolo dietro che era riservata alle loro vacanze. E la finestra al secondo piano dalla quale nonna Pia scambiava il giornale con le cognate attraverso il vicolo. Loro erano tre ragazzini turbolenti e nella casa di Piazza, abitata da tante persone anziane, c’era sempre qualcuno che stava male e non doveva essere disturbato.

 

  E il 31 luglio, in visita a S. Martin sulla tomba del nonno Giuseppe nel settantesimo anniversario della morte, ha saputo rievocare per noi tante figure di famiglia ed echi di voci spente ormai da tanto tempo eppure sempre vive. E che felicità la sua, quando l’abbiamo portata in motoscafo a Cigale, in Valle d’Augusto e, passando sotto al ponte, a Zagazignine, a S. Martin, a Valdarche e infine a Lussingrande! Si rivedeva bambina e giovinetta assieme alla sua mamma alla quale piaceva enormemente remare e portarla a fare tante gite in barca. Ricordo che il suo entusiasmo mi aveva contagiato a tal punto che, quando siamo poi tornati al molo, nell’attracco, per sbaglio, ho afferrato il suo bastone anziché il mezzo marinaio...

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Ultimo aggiornamento lunedì 01 gennaio 2007