Precedente Su Successiva

Foglio "Lussino" n.23
pagina 22, 23, 24, 25 26 e 27

Lussinpiccolo

di Manlio Malabotta

      Da padre lussignano di origine chersina, capitano marittimo, e da madre dalle bocche di Cattaro,discendente da una famiglia di armatori, Manlio Malabotta nacque a Trieste il 24 gennaio 1907. Dopo aver conseguito la maturità classica, nel 1929 si laureò in giurisprudenza all’Università di Padova e due anni dopo superò l’esame di Stato. Fu notaio a Montona dal 1935 fino al 1943, quando le vicende belliche lo costrinsero a rifugiarsi a Roma. Nel 1946 gli venne assegnata la sede notarile di Volpago del Montello e andò ad abitare a Montebelluna. Fu in quest’epoca che iniziò a collezionare opere di Filippo de Pisis, Arturo Martini e Giorgio Morandi, attività che si protrasse fino alla fine degli anni Sessanta. Allo stesso periodo vanno assegnati gli studi sull’opera grafica di de Pisis, la produzione poetica dialettale e di prosa. Fu Ispettore onorario ai monumenti a Montebelluna. Nel 1974, desideroso di riallacciare i suoi rapporti con la città natale, acquistò un appartamento a Trieste sul colle di San Vito, che all’inizio dell’anno dopo fu pronto ad accoglierlo. Ma il destino gli impedì di goderselo: morì infatti il 1° agosto dello stesso anno.
      La sua intensa attività di critico figurativo spaziò soprattutto dal 1929 al 1935, cioè fino al suo trasferimento a Montona. Risale al 28 agosto, al 6 e al 14 settembre 1929 la pubblicazione su “Il Popolo di Trieste” del trittico che dedicò a Lussinpiccolo, Lussingrande e Ossero. Riproponiamo il primo degli articoli che ci riporta le fresche impressioni di un ventiduenne su di un Lussinpiccolo d’altri tempi.

Sergio degli Ivanissevich

* * *

     Due versi come proemio starebbero bene, stanno sempre bene quando si parla di una città: sono come un attestato di buona condotta in questioni di bellezza, di fama e di arte (Te beata…). Per avere il valore necessario dovrebbero essere stati scritti da un poeta molto celebre o molto antico: per Lussino niente di questo, eppure lo meriterebbe; quattro buoni versi sulla valle di Augusto o su Cigale non stonerebbero affatto. Speravo di trovarli in qualche libro, ma, dalla strada, ho inteso cantare

         Lussinpicolo,
         ch’è molto piccolo,

         dove ogni cosa è assai piccina in verità…

e non ho cercato più: il mio desiderio poetico, bene o male, era stato appagato.

Lussinpiccolo, capoluogo dell’isola di Lussino, nel
Quarnaro.
     Se volete un po’ di etimologie, ne avete parecchie,
a scelta: poeticamente da “luscinia” (usignolo), brutalmente da “lossavo” (cattivo, sfavorevole, petroso), poco a proposito da “lozine” (vite vecchia e inselvatichita), spiacevolmente da “luscinus” (gretto, ignorante).
    
“Insula Lussini” appare per la prima volta in una convenzione del XIV secolo; prima di questo documento non si hanno notizie né sull’isola né sui suoi abitanti, ma che sia stata abitata in tempi remotissimi lo provano i numerosi castellieri, ricchi di avanzi preistorici, sparsi in tutta l’isola. Nell’epoca romana essa doveva essere disabitata poiché mancano avanzi del tempo. La valle d’Augusto dovrebbe testimoniare il soggiorno temporaneo nell’isola di una flotta imperiale; ma, oltre a questo, non c’è nessun altro indizio.
     Durante il medioevo, fino al secolo XIII, scarsi
devono essere stati gli abitanti e non uniti, se Alvise da Mosto nel suo Portolano non nomina Lussino tra i luoghi abitati delle isole del Quarnaro. Poi, una leggenda parla di famiglie croate che, cacciate dagli ungheresi, si sarebbero rifugiate nell’isola di Lussino e avrebbero, intorno alla metà del secolo XIII, fondata Lussingrande e, pochi chilometri più a nord, nei porti di San Martino sarebbe sorto il primo nucleo di Lussinpiccolo. E’ difficile poter dire quanto di vero ci sia in questa origine leggendaria dei due Lussini; i due paesi, uniti in un solo comune, vengon nominati da documenti appena alla fine del XVI secolo. Essi erano soggetti ad Ossero, che riscuoteva decime e tributi e mandava ogni festa a Lussino un sacerdote che celebrasse la messa. La soggezione osserina durò molto a lungo: Ossero, sempre maggiormente in decadenza, si fece forte del proprio diritto sui due paesi e pretese fino al 1792 che essi inviassero degli uomini per la guardia e pagassero i tributi. I due Lussini dovettero pensare da soli – a stento ormai Ossero poteva bastare a se stessa – alla propria difesa e venne organizzato sull’isola tutto un sistema di fortificazioni e di segnalazioni per poter far fronte alle continue scorrerie degli Uscocchi, che, da Segna, infestarono l’alto Adriatico durante il XIV secolo. Nel frattempo i due paesi s’erano ingranditi e già verso la metà del ‘400 il comune unico s’era diviso in due. Gli abitanti, dapprima dediti all’agricoltura e alla pastorizia, trovarono maggiori ricchezze nella pesca e nella navigazione. E fu appunto la navigazione che sviluppò Lussinpiccolo sempre maggiormente e lo trasformò da borgo miserabile in una cittadina bella e fiorente.
     Dopo la caduta della repubblica veneta le isole
passarono all’Austria. La Francia le occupò dal 1805 al 1813, quindi ritornarono sotto il dominio austriaco. Il 4 novembre 1918 la R. Nave “Orsini” approdava nel porto di Lussinpiccolo.

* * *

     La pastorizia e l’agricoltura furono le prime occupazioni degli abitanti: a ricordo d’uomo moltissimiterreni, ora tutti coperti di sterpaglia, erano coltivati a vigneto. La navigazione ebbe in breve la prevalenza: sviluppatasi intensamente nel XIX secolo, attrasse la maggioranza degli abitanti e così i campi vennero abbandonati e scomparve in breve ogni traccia di coltivazione. Molti armatori e molti cantieri: Lussinpiccolo era uno dei centri più fiorenti della navigazione dell’alto Adriatico. Anche oggi gli abitanti, dediti per tradizione alla marineria, traggono dal mare le loro ricchezze: ma Lussinpiccolo come centro di armatori e di costruttori di navi ha dovuto cedere di fronte a Trieste e Fiume. Il suo cantiere si è specializzato in costruzioni di lusso di tonnellaggio ridotto e navi di gran mole non vengono più costruite da tempo.
     La seconda fonte di prosperità è l’industria alberghiera, ma non è indigena. Lussinpiccolo, o meglio Cigale, quale luogo di cura venne scoperto nella seconda metà dello scorso secolo e lo si trasformò in breve in una importantissima stazione di villeggiatura. Non starò ad analizzare i pregi e i difetti della presente industria alberghiera, ad ogni modo essa è la massima possibilità di sviluppo e di ricchezza del paese.

* * *

     La valle d’Augusto, vasta e sicura, è il porto meraviglioso di Lussinpiccolo: la città si stende sulle sue rive meridionali e si arrampica sulle colline che la circondano. Paesaggio pittoresco che al movimento di colori e di piani delle case oppone il rude e nervoso svolgersi delle colline, masse di pietra grigia, rotte qua e là dalle macchie verdi degli alberi e dei cespugli.
     Il lido di Lussinpiccolo, Cigale, è un sito incantevole. Cigale da cicala: nome appropriatissimo. Di fronte alla montagna di sabbia dell’isola di Sansego si apre il porto di Cigale, profonda baia dalle rive frastagliate. La baia, antico rifugio di navi sorprese dalla tempesta nel Quarnaro e base d’approdo per le scorrerie degli Uscocchi, è stata trasformata in un bellissimo centro climatico: le rive pittoresche, ombrose dalle folte masse dei pini, sono animate dalle eleganti costruzioni delle ville e degli alberghi. Una strada piana, a pochi metri dal mare, segue le rive dell’insenatura e porta alla piccola cappella della Madonna Annunziata, posta all’estremità meridionale di Cigale; la passeggiata fino alla cappella è deliziosa: a destra il mare con gli innumerevoli giochi di luci e di colori, a sinistra il verde cupo dei
pini, il rosso giallastro del suolo e, ogni tanto, il bianco del calcare che affiora.

* * *

E ora l’arte.
     Il complesso di Lussinpiccolo è pittoresco ed interessantissimo ma, esaminando costruzione per costruzione, si provano delusioni: è come un mosaico bellissimo fatto di tasselli di poco pregio. L’arte dei suoi edifici sacri è ben poca cosa.
     Il duomo, costruzione antica, ampliata nel 1761 e restaurata nel 1840, ha la facciata in un barocco semplice e piatto; l’interno, diviso in tre navate, ricorda quello del duomo di Ossero, ma è un pallido ricordo. Bello l’altare maggiore, marmi barocchi fastosi e complicati; dietro a esso, sulle pareti dell’abside, due buone tele settecentesche, un Cristo crocifisso e un S. Antonio orante, troppo trascurate e troppo rovinate però per poter venir apprezzate. La più antica chiesa della città, quella di S. Martino, costruzione del XV secolo, ha perduto, nei numerosi rifacimenti e restauri, ogni traccia di antico: semplice e fredda architettura, ornata all’interno da tre tele, tra cui una bella Madonna settecentesca.
      Ma a Lussinpiccolo c’è un finissimo amatore d’arte: il dottor Giuseppe Piperata. Egli possiede una delle più importanti raccolte di quadri del triestino Fittke, malioso impressionista, innamorato di luce e di colore, e la sua quadreria è inoltre ricca di una deliziosa Madonnina settecentesca, squisitissima testa alla maniera di Francesco Guardi, di un raro acquarello di Giambattista Tiepolo e di una bella tela del Solimena. Così la casa del dott. Piperata, riccamente ornata da mobili e da oggetti antichi, è l’unico rifugio dell’arte in tutta Lussino.

* * *

     Lussinpiccolo, capoluogo dell’isola di Lussino, nel Quarnaro.
     Giambattista Giustiniano nel suo “Itinerario” del 1553 lo chiama “il fluttuoso golfo del Quarnaro”: si direbbe che il mal di mare lo abbia sofferto anche lui.


Conoscere Cherso attraverso i suoi personaggi
 

Un grande musicista: Padre Bernardino Rizzi

di Carmen Palazzolo Debianchi

     Bernardino Rizzi1 nacque a Cherso il 27 maggio 1891 da una famiglia presente nella cittadina fin dal 1590.
     A 12 anni entrò nel convento dei Frati Minori Conventuali
del luogo, dove frequentò il ginnasio dimostrandosi subito ragazzo intelligentissimo, precoce, con una spiccata attitudine musicale. A proposito di questa egli stesso narrava che, fin da bambino, sentiva una gran voglia di cantare e di suonare. “Cantavamo in chiesa – prosegue Padre Bernardino – con don Giuseppe2, in classe col Maestro Coreni di Pola e, sotto il banco, io avevo fatto una tastiera… Quando sentivo che usciva la banda del Maestro Cella per i concerti o le parate serali, correvo a pregarlo che mi permettesse di portare il foglio di musica a Pasquale Utmar, che suonava il Basso. Per me era un godimento!”
     Proseguì gli studi liceali nel convento dell’Ordine
di Camposanpiero e completò la sua preparazione culturale laureandosi in filosofia e in teologia. Presso l’Archivio Vaticano di Roma conseguì inoltre il diploma in Diplomatica e Paleografia, scienza, quest’ultima, che insegna a leggere e a decifrare le scritture antiche.
     Per quanto riguarda la musica, ottenne il diploma in
Canto Gregoriano presso la Pontificia Scuola Superiore di Musica Sacra e il Magistero di Composizione presso il Conservatorio Musicale di Padova. Si distinse presto nella composizione musicale, per la perfezione tecnica e l’originalità.
    
La sua prima opera importante fu “Carnaro”, poema sinfonico composto nel 1921, dopo la beffa di Buccari e l’impresa di Fiume, che inneggia alla Patria liberata e a Gabriele D’Annunzio che ne completò l’unione con le sue temerarie imprese.

  Subito dopo fu spedito nel convento dei Frati Francescani di Cracovia, in Polonia, dove rimase per dodici anni e assurse a grandissima fama come compositore, direttore di coro e di orchestra, insegnante e organizzatore.
     A Cracovia fondò, presso la basilica francescana, due cori Ceciliani, uno di frati per il servizio liturgico della basilica e uno di studenti, laureati, professori dell’università di Cracovia e altri coi quali, spesso uniti in una sola possente massa canora, tenne numerosi concerti. La sua fama divenne tale che gli veniva affidato il compito di celebrare ogni occasione importante della vita della nazione con le sue composizioni e con i suoi concerti.
     Ritornato in Italia, soggiornò a lungo a Venezia, dove diede nuovo splendore alla basilica dei Frari con le sue composizioni magistrali e le sue vivaci esecuzioni.
     Trascorse gli ultimi anni della vita nel Seminario dei Fratini sul Lago di Garda, dove si spense il 23gennaio 1968. Fu un artista di genio, che lavorava per rispondere alla sua ispirazione e non per la gloria e la notorietà, che in Italia non raggiunse mai il livello ottenuto in Polonia anche se le sue opere furono rappresentate con successo qua e là.
     Numerosissime furono le sue composizioni, per la
gran parte di carattere liturgico e chiesastico.
“Musicista completo, Padre Rizzi passava con sovrana sicurezza dall’accento elegiaco al grido lirico, all’impeto patetico; dall’ansia straripante e procellosa del dramma alla estatica serenità della contemplazione del creato e dell’invisibile. Ogni sua melodia, improvvisazione all’organo, coro concitato, strofa di poema orchestrale, ridesta e commuove in noi (suoi coetanei) i ricordi della
gioventù”
1
      Consapevole del fatto che un elenco di titoli non ha significato se non è supportato dalla voce dell’orchestra e del coro o non la richiama alla memoria, citerò comunque alcune sue opere. Oltre al poema canoro
Carnaro, compose numerosi Oratori, che “vitalizzò” fecendoli uscire dalla tradizionale immobilità e sobrietà. Fra di essi ricordiamo Il Mistero di S. Cecilia, Il Mistero della Passione, Santo Francesco, Trittico Dantesco, Il Santo (di cui compose due versioni, una nel ’31 ed una nel ‘63), Paolo di Tarso, che definì il suo canto del cigno.
    Il Trittico Dantesco, oratorio monumentale in tre parti: Inferno, Purgatorio, Paradiso, fu orchestrato e rappresentato nella Basilica di Aquileia, alla sua riapertura dopo gli ultimi restauri, per cura dell’arcivescovo di
Gorizia Mons. Antonio Vitale Bommarco.

Note
1.
Le informazioni riportate in questo articolo sono tratte prevalentemente dall’articolo di V. Gamboso, pubblicato sul n. 7 di “Comunità Chersina, foglio dei chersini e dei loro amici”
2. Don Giuseppe Crivellari, parroco del Duomo di Cherso

Elio Bracco

di Nino Bracco

     Eliodoro (Elio) Bracco è nato a Neresine nel 1884, è il maggiore di quattordici figli di Marco, maestro di posta, e Antonia Camalich. Elio apparteneva ad antica famiglia italiana di Neresine, nipote di Giovanni Bracco, soprannominato Podestà, capo riconosciuto della comunità e promotore della costruzione della nuova scuola elementare italiana, della Comun (Casa Comunale), del Duomo dedicato alla Madonna della Salute e di altre importanti opere, che hanno dato un determinante contributo allo sviluppo del paese. Sulle orme del grande nonno Giovanni, Elio Bracco, dopo gli studi amministrativi superiori, assunse il ruolo di leader della comunità italiana di Neresine, sostenendo fervidamente l’italianità del paese, come quella dell’Istria, della Venezia Giulia e della Dalmazia, fin dai tempi della dominazione austriaca.
     Sposato con Nina Salata di Ossero, fu segretario comunale del Comune di Ossero e Neresine e Referente scolastico della scuola Elementare di Neresine.
     Nel 1916, con l’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale, per i suoi sentimenti di patriottismo italiano e per la sua posizione di capo della comunità italiana del paese, Elio Bracco venne arrestato ed imprigionato nel carcere di Graz, dove trascorse due anni. Anche tutta la famiglia Bracco, il padre Marco, la madre Antonia e gli altri tredici figli, bambini compresi, venne internata in Austria, nel campo di concentramento di Mitterngrabern, dove il figlio piccolo Lino morì. Nel 1914 in Galizia perse la vita per cause belliche anche il fratello ventiduenne Eugenio. La moglie di Elio, Nina Salata e i due figli piccoli Fulvio e Tullio vennero invece internati nel campo di concentramento di Feldbach.
     Alla fine del conflitto, Elio Bracco ritornò a Neresine riassumendo, per acclamazione popolare in una memorabile manifestazione in piazza, la leadership della comunità italiana del paese. Venne anche nominato Commissario governativo a Lussinpiccolo e successivamente Sottoprefetto a Trieste. In questa città si trasferì con la moglie e i due figli Fulvio e Tullio. In questo periodo, per la sua conoscenza del tedesco e del russo appresi durante la prigionia, fu chiamato a far parte come civile delle Commissioni interalleate per la definizione dei confini dell’Italia con l’Austria e con la Jugoslavia e della Germania con la Polonia.
     Nel 1927, lasciati gli incarichi pubblici, Elio Bracco si trasferì a Milano per fondare l’azienda che porta il suo nome, che nasce nel giugno dello stesso anno come licenziataria del Gruppo tedesco chimico-farmaceutico Merck. Partita con 17 dipendenti, l’azienda Bracco crebbe e si trasferì in una nuova e più ampia sede. In pochi anni i dipendenti salirono a un centinaio.
     Nel 1934 a Elio Bracco si affiancò il figlio Fulvio. Nato a Neresine nel 1909, Fulvio è laureato in chimica e farmacia.
     Durante gli studi compiuti all’Università di Pavia, trascorse le vacanze estive lavorando a Darmstadt alla Merck: operaio, capo-operaio, poi il laboratorio di ricerca, infine la pratica nel settore amministrativo e commerciale.
     Negli anni Trenta l’azienda si affermò per la produzione di specialità medicinali.
     Superati i durissimi anni della secondo conflitto mondiale ed il difficile periodo dell’immediato dopoguerra, Elio Bracco affidò la responsabilità gestionale al figlio Fulvio per occuparsi più assiduamente alla causa dei propri conterranei, profughi italiani dalla Venezia Giulia, Istria e Dalmazia, e si trasferì a Roma, dove contribuì in modo determinante alla fondazione dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, di cui diventa Presidente. In questo ruolo introdusse nella neocostituita Associazione, quale suo collaboratore, il compaesano Padre Flaminio Rocchi.
     Elio Bracco, dopo un’intensa e straordinaria vita, morì a Roma nel 1961.
     Elio Bracco mantenne sempre forte e vivo il legame ideale con la sua terra di origine. Solo la guerra del 1940 gli impedì di ritornare, come gli era abituale appena possibile, all’amata Neresine.
     Lo stesso tenace amore fu il sentimento che legava suo figlio Fulvio Bracco a Neresine e al suo mare che lo ricondusse nel 1970 per la prima volta al paese, per un incontro con l’isola in cui era nato.
     Saranno tante le iniziative di cui anche Fulvio Bracco si farà promotore per tenere vive la cultura, la storia, le tradizioni delle nostre terre.

Sulla storia più recente della Bracco

     Agli inizi degli anni Cinquanta la volontà di Fulvio Bracco di realizzare un’attività completa - dalla ricerca alla sintesi di materie prime, alla produzione di specialità medicinali - si concretizza con la costruzione dell’insediamento industriale di Lambrate, che è tuttora la sede storica della Bracco.
     I mezzi di contrasto per la diagnostica per immagini sono il settore su cui Fulvio Bracco punta per lo sviluppo dell’azienda. Una scelta strategica che in cinquant’anni ha visto la Bracco raggiungere traguardi prestigiosi e sempre più importanti.
     Fulvio Bracco nel 1963 viene nominato Cavaliere del Lavoro.
     Nel 1966 entra in azienda Diana Bracco, figlia di Fulvio. Laureata anche lei a Pavia in chimica, rappresenta la terza generazione della famiglia.
     Direttore generale dal 1977, disegna e sviluppa l’internazionalizzazione dell’azienda, che diventa un Gruppo di dimensioni multinazionali, leader mondiale nelle soluzioni globali per la diagnostica per immagini.
     Il Gruppo Bracco è presente in 115 Paesi e impiega circa 3500 operatori in tutto il mondo, dei quali oltre 600 in ricerca, attività nella quale vanta un patrimonio di 1.500 brevetti in tutto il mondo.
     La ricerca e l’innovazione sono sempre di più il fulcro dello sviluppo della Bracco.
     La sua rete internazionale di ricerca ad alto livello conta oggi sui tre centri di Milano, Ginevra e Princeton negli Stati Uniti per la ricerca e lo sviluppo di nuovi prodotti per le sofisticate esigenze delle nuove tecniche diagnostiche, dai Raggi X e TAC alla Risonanza Magnetica Nucleare ed ecocontrasto.
     Nel 1999 Diana Bracco diventa Presidente e Amministratore delegato della Bracco. Fulvio Bracco resta Presidente onorario.
     Nel 2002 Diana Bracco viene nominata Cavaliere del Lavoro; nel 2004 le viene conferita dal Presidente della Repubblica l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce.
     La quarta generazione della famiglia fa il suo ingresso nel 1996 con Fulvio Renoldi Bracco. Nipote di Fulvio Bracco, laureato in economia e commercio all’Università Bocconi di Milano, dal dicembre 2002 è Chairman di Acist Medical Sistem (Minneapolis), società di punta nel settore dei sistemi avanzati di iniezione di mezzi di contrasto.
     Recentemente Fulvio Bracco è scomparso all’età di 98 anni, dopo un’intensa e onorata vita di lavoro, dedicata allo sviluppo dell’Azienda, senza mai dimenticare, con pensieri ed opere, la sua amata natia Neresine.

Dalla lettura del “Foglio 22”

di Mario Antonio Prossen

     Ho ricevuto ieri il n°22 della bellissima edizione di “Lussino”. Devo dire che la foto delle pagine 20 e 21 con professori e studenti del tecnico/nautico del 1938 mi ha riempito di nostalgia, riconoscendo nella foto ben 70 tra studenti e professori. Io ho frequentato la scuola elementare dal 1931 al gennaio del 1934, dopo, con i miei genitori sono andato ad abitare a Trieste. Molti degli studenti che appaiono nella foto erano miei compagni di classe con le maestre Barcellato e Patuzzi e i maestri Patuzzi e Di Castro. Preside della scuola era allora il maestro Pareo.
     A pag.26 trovo la lettera di Claudio Suttora, carissimo amico, del quale gradirei avere il recapito per mettermi in contatto con lui.
     A pag.33 ho letto con attenzione l’articolo di Luigi De Luca concernente il comandante Giovanni Giurini, grande amico di mio padre, e con il quale sono stato imbarcato sulla “Saturnia” e sul “Conte Biancamano”.
     La M/N “Saturnia”al comando di Giovanni Giurini, nella confusione dell’8 settembre 1943, partì da Trieste per Venezia con quasi tutto l’equipaggio, per non finire in mano ai tedeschi.
     A Venezia, al mattino del 9 settembre, venne requisita dalla Regia Marina e iniziò, verso le 11, a imbarcare 735 persone dell’Accademia Navale, sfollate da Livorno al Lido/Hotel Excelsior nel 1942: circa 400 allievi della I classe, 200 aspiranti guardiamarina della III classe, 135 tra ammiragli, ufficiali, sottoufficiali e famigli dell’Accademia. Nella stessa sera la nave partì verso un porto dell’Italia del Sud già sotto gli angloamericani. Nella mattinata del 10 settembre , di fronte alla costa pugliese, il comandante dell’Accademia, Ammiraglio di Divisione Guido Bacci di Capaci, decise di assumere il comando della nave e verso mezzogiorno la nave finì su una secca a 5 miglia dall’entrata del porto di Brindisi. Ho vissuto questi giorni drammatici in prima persona, essendo allievo della I classe e unico lussignano.
     La nave venne poi disincagliata e tutto il personale fu sbarcato a Brindisi a mezzo di rimorchiatori, fu dirottata quindi a Taranto, e poi negli Stati Uniti come nave ospedale “Frances Y.Slanger” fino quasi alla fine del 1946. Il comandante Giurini sbarcò alla consegna della nave agli americani.
     A pag. 35, la signora Maria Picinich Balanzin, dal Canada, fa menzione di suo marito che è secondo cugino del comandante Giovanni Salata (Nini). Mi sono imbarcato con lui, che era primo ufficiale, sulla T/N “Principessa Giovanna”, nave ospedale italiana che, il 5 febbraio 1944 a Taranto, inalberò bandiera inglese e imbarcò personale medico inglese (circa 60 persone). Rimasi su questa nave dal 8 febbraio1944 fino al 25 febbraio1946. Del cap.Giovanni Salata, anche lui amico di mio padre, conservo un buonissimo ricordo.
     Spero di continuare a ricevere la pubblicazione “Lussino”, soprattutto con fotografie delle persone che vissero a Lussino nella “nostra epoca” dal 1920 al 1944.

Ricordi sempre ricordi….dal vol.III “Ricordando Lussino”

di Alfeo Martinoli

     A pag. 17 Vol. III “Ricordando Lussino” Val D’Argento.
     Il proprietario della Villa era Giovanni Antunovich fratello di mia nonna paterna Caterina, sposata Martinoli. Lui veniva a passare qualche giorno di vacanza, prima della II Guerra Mondiale, durante il mese di settembre. Abitava nel Sussex in Inghilterra, dove aveva la sua Villa chiamata “Lussino”. Tutti i giorni andava a vedere il tramonto, dato che in Inghilterra non era possibile. Durante la II Guerra Mondiale prima i tedeschi e poi i titini, l’avevano requisita;
     I ricordi miei risalgono ai tempi belli giovanili passati nell’isola. A 200 metri, verso il Monte Baston avevamo il campo sportivo, dove il 24 maggio si facevano saggi ginnici e durante l’anno si giocavano partite di calcio alle quali logicamente intervenivo io, in qualità di ala destra del “Mar-Bar” (Maraspin Bar). Siccome mia madre era contraria che giocassi al calcio, alla domenica, dopo la S.Messa delle nove, dalla finestra del “Bardina” volavano scarpette e vestimenta ai miei compagni di squadra, con la speranza che mia madre non si accorgesse. Però Lussinpiccolo era tanto piccolo che, non appena era finita la partita, mia madre era informata che avevo giocato.
     Dico questo perchè dopo la partita andavo nella Val D’Argento a lavarmi, con la speranza di farla liscia. Invece, pura illusione! Qualche scapaccione veniva ben ricevuto. 
     A pag.106 del vol. III “Ricordando Lussino” mi trovo con la foto del “Caffè Quarnero” al cui primo piano si trovava la “Società Unione” dove gli studenti nautici durante il carnevale organizzavano dei bellissimi balli; dame e cavalieri indossavano vistosi abiti da sera. 
     Mi ricordo che a quei tempi mio cugino Redento Martinoli, Toni Petrani, Nicolò Miletich, Tullio Morin, Teo Nardon, erano i protagonisti della festa mentre Ciro Giadrini ed io eravamo le “mascottes” del ballo, dato che avevamo una differenza di età di almeno 7 o 8 anni Balli che si ricordano e non potranno più sparire della mia mente. 
     A pag. 144 vedo il nostro campanile dove durante la mia gioventù andavo a suonare le campane e il campanón (batibaci) nei giorni festivi. A metà agosto, alla festa dell’Assunzione di Maria, mentre facevo un po’ il pagliaccio sotto le campane, alzandomi d’improvviso, ho battuto la testa sulla campana conosciuta come “Comuniòn”. Da noi ogni campana aveva il suo nome: Popich, Martinela, Messa, Angonia, Comuniòn e Velisòn. Ricevuto il forte colpo dalla Comuniòn il nostro caro sacrestano “Ottocar” mi portò subito dal dr. Cleva che, mentre mi medicava, ponendomi ben “9 sustine”, mi disse: “Non era meglio che tuo padre, invece di mandarti a suonare le campane, ti avesse mandato ad apprendere a suonare il violino?... 
     A pag. 161 sempre del Vol. III “Ricordando Lussino” vedo le due navi scuola “Amerigo Vespucci” e “Cristoforo Colombo” nella nostra tanto cara “Valle d’Augusto”. Un certo croato “Branko Puciè” scrisse su di un libretto “Absyrtides” che la valle è chiamata “Baldagust” (in croato probabile “val (d) augusia (valle stretta). I croati vogliono fare vedere che da quando è mondo sono vissuti in quelle terre nascondendo la verità storica. La storia della Valle d’Augusto dice: “Porto di riparo della navi romane quando si trovavano a disagio dalla forte bora!!!. 
     Io avevo 12 anni (1939) e le avevo visitate tutte e due. Poi nel 1995 a Genova avevo visitata per la seconda volta la “Vespucci” dato che la “Colombo” era stata ceduta alla Russia per pagare i debiti di guerra. Ho saputo in seguito che navigò in Mar Nero con il nome di “Dunay” (Danubio); nel 1959 venne consegnata all’Istituto Nautico di Odessa e 5 mesi dopo in cantiere per riparazioni, ma poichè costavano troppo, la mandarono ai ferri vecchi, e cioè in disarmo!! 
     A pag. 169: Il nostro glorioso Monumento ai Caduti con l’ancora del cacciatorpedieri “Orsini”!! Prima da balilla poi da avanguardista con il mio bombardino, suonavo agli ordini del Maestro Bertogna, durante tutte le Feste Nazionali, lasciando una corona di fiori ai piedi del Monumento per onorare i nostri morti per la Patria.
     Sempre dal Vol III “Ricordando Lussino” - Monte Calvario 
     Come ben si sa tutte le cappellette erano private, e per il venerdì santo si faceva la processione con la banda in testa, diretta dal Maestro Bertogna. 
     Io suonavo il bombardino e al ritorno in chiesa il rimbombo delle note della marcia funebre ti faceva venire i brividi. 
     Con me facevano parte della banda Dario Ivancich, Giuseppe Sabin, Alferio Cattich, Ennio Zorich, Mario Krainz. Ancora oggi, lontanissimo dalla mia cara Lussino, quasi tutti i venerdí santi, fischio la marcia funebre, specialmente quella all’entrata in chiesa. 

Precedente Su Successiva
Ultimo aggiornamento martedì 14 agosto 2007