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Lo stretto canale che divide l’isola di Lussino da quella di
Ossero deve essere ben poco conosciuto dai moderni, se gli stessi
famosi esperti della conferenza di Parigi del 1919 gli assegnarono
sette chilometri di larghezza e voleva far passare per le sue acque
il confine tra l’Italia e la Jugoslavia. Per fortuna, vi fu chi li
mise nella retta via, precisando la vera ampiezza del canale che è
di appena undici (11) metri, scongiurando così un fatale errore.
Probabilmente il madornale granchio di sette chilometri fu pescato
nel canale di Veglia.
Infatti, quella isola romano-veneta restò poi
sacrificata all’ingordigia slava. Apolloni o Rodio, vissuto nel
III secolo a.C. conosce il nostro canale col nome di Euripo e ne fa
materia di classica leggenda: lo varcarono Giasone e Medea al
ritorno dalla spedizione nella Colchide, macchiandosi del sangue
dell’infelice Absirto, in memoria del quale la città sorta sulle
sue sponde fu chiamata Absyrtum ed Abserum, e Assirtidi le isole di
Cherso e Lussino.
Circa l’origine del canale, alcuni lo fanno
nascere in seguito allo sconvolgimento tellurico che staccò le
isole dal continente nell’epoca terziaria, mentre altri lo credono
opera dell’uomo, eseguita a vantaggio della navigazione in un
tratto di mare più sicuro e protetto. Se esisteva, come vuole la
leggenda, al tempo degli Argonauti ed i Colchi di Absirto si
appiattarono presso quel passaggio quasi obbligatorio per tendere l’agguato
ai rapitori del vello d’oro, bisogna addentrarsi maggiormente nel
tempo per poter imputarne la costruzione all’uomo. L’onore dell’impresa
spetterebbe in tale caso ai Brigi che, a quanto pare, per primi
abitarono le isole del Quarnero.
Erano i Brigi, un
ramo di quell’antichissima popolazione della Tracia che,
attraverso l’Ellesponto, passò poi in Asia Minore, assegnando il
nome di Frigia alla patria novella. Dei Brigi, o Frigi, gli antichi
dicevano ch’erano testardi e che miglioravano col bastone: “Phryx
verberatus melior”. Si diceva
anche che fossero gli inventori dell’ancora. Infatti, soltanto una
tribù di ostinati, di caparbi di prima forza e per giunta
inventrice dell’ancora avrebbe potuto a quel tempo aprire una
breccia nella viva roccia per costruire un canale marittimo.
Comunque, il canale c’è, bello, piccolino,
profondo quasi tre metri e le sue acque irrequiete mettono in
comunicazione il tumultuoso Quarnero col placido Quarnerolo.
Di grande importanza nell’antichità più
remota quando Greci, Fenici,
Etruschi e Viburni avevano forti relazioni commerciali con la
metropoli osserina (scalo floridissimo e anello di congiunzione tra
l’Oriente e l’Occidente). Non ne ebbe meno dopo l’occupazione
dei Romani, avvenuta intorno al 60 a.c. e sotto la Repubblica di
Venezia, dopo il 1000.
Il suo prestigio andò scemando con la decadenza
di Ossero, con l’evolversi della navigazione, con la sicurezza del
mare non più infestato da pirati e finì col diventare una pura via
di comunicazione marittima locale.
L’esiguo braccio di mare, soggetto ad ingombri
di detriti trasportati dalle correnti, ebbe sempre bisogno di
continui scavi, di modo che, da questi, nel corso dei secoli prese i
nomi di Covata, Cava
e infine Cavanella.
Un meschino ponte di legno permetteva il transito
dall’una all’altra sponda ai pastori ed agli animali, che erano
condotti al pascolo, quando l’isola di Lussino non era ancora
ripopolata dopo l’esodo delle genti preistoriche. Ossero, che ne
dominava il passaggio, approfittava anche di questa congiunzione per
chiamare tutte e due le isole col solo nome.

Ossero
nel 1600 – questa stampa è tratta dal volume di Giuseppe Rosaccio
– “Viaggio
da Venezia a Costantinopoli per mare e per terra” - edito a
Venezia nel 1606
Tutte le navi che attraversavano il
canale, ad eccezione di quelle dello Stato e degli isolani, erano
soggette ad una tassa, conosciuta sotto il nome di “alboraggio“.
Ai lavori di riparazione delle
rive, di pulitura del fondo e di manutenzione del ponte concorrevano
anche gli abitanti dei Lussini fin dai primi giorni che si
stabilirono nel paese. Questa fazione personale ed il pagamento del
tributo per il servizio di guardia furono motivi di discordie tra
lussignani ed osserini fino a pochi anni avanti alla caduta della
Repubblica veneta. Esse, però, non giunsero mai ad intaccare lo
spirito d’amor patrio verso la Dominante, e se è vero che la
Cavanella, fisicamente disgiunse le due isole, le unì sempre nell’amore
alle tradizioni civili e culturali romane e venete.
Dopo la pace di Campoformio, gli austriaci
sguarnirono la Cavanella dei quattro pezzi di artiglieria con i
quali Venezia l’aveva fortificata: il presidio dell’ormai spenta
Ossero era composto di otto soldati ed un caporale, la sua
navigazione ridotta presso che a nulla.
Quale punto strategico il ponte subì tre azioni
militari nel corso di centotrentacinque anni: nel maggio del 1809 fu
distrutto dagli inglesi, il tre luglio 1859 da una fregata della
squadra francosarda che lo stesso giorno prese possesso del porto di
Lussinpiccolo, mentre nel luglio del 1944 l’aviazione inglese non
riuscì che a sfiorarlo, danneggiando invece la cattedrale della
città.
Con
l’occupazione italiana, il ponte di legno fu sostituito da
uno di ferro, girevole, scintillante ai raggi del bel sole
delle isole redente.
Dopo centoventi anni di dominazioni
straniere, il Leone alato, riprese il suo posto sulle antiche
mura venete prospicienti il canale. Gli abitanti ne gioirono
immensamente.
Le rive della Cavanella si animavano di solito al passaggio
delle navi, che venivano salutate da grandi e piccini agitando
festosamente le mani; ad ogni veliero carico di mercanzie che
sostava presso la banchina accorrevano tutti, chi per
comprare, chi per curiosare, e chi per aiutare era presente
alla partenza delle barche per la pesca delle sardelle. Gaio
ed animato particolarmente le domeniche e le feste era il
passaggio dei giovani sotto la verde pineta della sponda
lussignana, con magnifica vista sul Quarnerolo azzurro solcato
da bianche vele. I contadini, stanchi del lavoro compiuto
sotto il sole infuocato, prima di coricarsi, nelle sere d’estate
si recavano sul ponte inondato d’aura marina per fare tra
loro due chiacchiere: in italiano, s’intende, perché ad
Ossero non si parlava che in italiano, da sempre!
E, per far intendere questa sacrosanta
verità agli slavi, il giorno del loro arrivo, un popolano per
tutti esibì la carta d’identità dell’intera popolazione,
stampando a lettere cubitali sulle rovine del castello veneto,
di fronte alla Cavanella, un fragoroso “W OSSERO ITALIANA”
P.S.
<Questo articolo è stato scritto circa
50 anni fa.
E’ stato trascritto, dal sottoscritto e
riportato in modo integrale con
lettere più grandi in modo da agevolare la lettura.
Non tutti condivideranno il contenuto, le
ipotesi e le congetture su citate.
Qualcuno potrà forse obiettare alcune
considerazioni fatte negli ultimi passi.
Sta in ognuno di noi a giudicare con il
proprio intelletto e valutare ogni aspetto storico.
Ricordatevi che il testo è stato scritto
quando le ferite e le contraddizioni politiche erano ancora
fresche>.
Mario Lucano – Genova -
Febbraio 2007.
La “Cavanella” – la piccola Rocca di
Gibilterra del nord Adriatico.………..Per capire meglio la
nostra origine……..
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Il Leone di Ossero
foto Piero
Magnabosco |
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