Precedente Su Successiva

Foglio "Lussino" n.23
pagina 28, 29, 30
e 31

Il Calvario di Lussino

di Marinella Jerolimic

     La “Via Crucis” di Lussinpiccolo è una delle più belle nei dintorni ed è l’unica rimasta ancora intatta. Situata sul monte Calvario, è un luogo di raduno e di preghiera, un luogo dove la gente può trovare un po’ di serenità. 
     Già nei tempi antichi le tredici cappellette, insieme
alla chiesetta della S.Croce, posta all’apice del monte Calvario, appartenevano alle famiglie lussignane che si prendevano cura di loro. Interessante è rilevare che ogni cappelletta aveva nel retro un po’ di terreno dove venivano coltivati degli ulivi, dai quali si otteneva l’olio necessario per alimentare i lumi che di notte davano luce a queste piccole e curate chiesette. 
     Con l’andare del tempo e con le guerre passate, le
cappellette del nostro bellissimo Calvario sono state devastate e distrutte. Molte famiglie lussignane sono emigrate e i resti di quello che una volta era il Calvario lussignano sono rimasti lì ad aspettare tempi migliori. Nel dopoguerra le “Viae Crucis” che si tenevano regolarmente durante il periodo della Quaresima sono state proibite, però i lussignani rimasti non hanno mai dimenticato la loro tradizione e di nascosto, alla sera, passavano cappelletta per cappelletta pregando in silenzio, durante il periodo di penitenza di quaranta giorni, dalle Ceneri al Sabato Santo.    


Monte Calvario nel 1926 Ernesto Colussi, Alice Lussin, Mario Martinolich , Maria Lussin, Umberto Cattarinich, Matteo Gloria Giadrossich.

  

  Abbiamo atteso con pazienza senza mai abbandonare la nostra nobile e bellissima tradizione della “Via Crucis”. Nel nostro Calvario, i tempi migliori sono arrivati nel 1979, quando ogni cappelletta è stata ristrutturata e rinnovata, munita di un cancelletto di ferro e le chiavi sono state consegnate ai vari custodi, o meglio alle famiglie lussignane rimaste nell’Isola. Posso vantarmi che anch’io possiedo la chiave di una delle quattordici cappellette del nostro monte Calvario. Chiavi passate dalle mani di mia nonna a mia madre, fino a me. 
    Il Calvario lussignano è fortemente inciso nel mio cuore, e sono certa che queste chiavi sicuramente passeranno ai miei bambini e un giorno quindi ai loro figli. Ogni domenica pomeriggio nella Quaresima, alle tre del pomeriggio, tempo permettendo, sul monte Calvario si svolge la suggestiva funzione della “Via Crucis” all’aperto, e a contatto con la natura. In questa occasione i cancelletti di ferro si aprono, le cappellette vengo addobbate, si accendono i lumini e una moltitudine di fedeli, pregando e cantando, percorre con devozione le cappellette, quattordici stazioni che ricordano la passione e morte di Cristo. Alto l’effetto il Venerdì Santo quando vengono addobbate con delle bellissime e antiche “tovaiette”, crocefissi e tappeti e a terra vengono accesi centinaia di lumini. Nella chiesetta della Santa Croce alla fine del Calvario, il custode prepara ogni anno un suggestivo Sepolcro del nostro Signore Gesù. 
     Il tempo passa, la gente cambia ma il nostro Calvario rimane sempre importante per noi. Anni fa i dipinti posti all’interno delle cappellette hanno subito dei forti danni provocati da ignoti devastatori che, gettando dei sassi, hanno rovinato in modo irrimediabile le preziose tele. Purtroppo c’è urgente bisogno di sostituire questi quadri. 
     Ritocchi e piccoli restauri relativi alle pareti e ai tetti, tinteggiatura dei portali vengono effettuate personalmente dalle famiglie che custodiscono le varie cappellette. 
     Una ulteriore dimostrazione di grande affetto dei lussignani verso il loro Calvario: dobbiamo mantenere sempre viva la nostra bellissima tradizione, tramandataci dai nostri avi, dimostrare alle generazioni che verranno, ai forestieri che vivono nell’Isola e ai numerosissimi turisti che la visitano che la gente di Lussino non è formata da persone senza radici e senza cultura. Questa è la nostra terra, da sempre curata con tanto amore dai nostri nonni e bisnonni. Noi non la dobbiamo distruggere, è nostro dovere continuare ad amarla e a prenderci particolare cura di ogni sasso rimasto.

 

 

 

 

 

 

 





Il Capitano Marino Saganic con Mons. Parroco di Lussinpiccolo

 
Sulle rive della Cavanella

di Vladimiro Plank

     Lo stretto canale che divide l’isola di Lussino da quella di Ossero deve essere ben poco conosciuto dai moderni, se gli stessi famosi esperti della conferenza di Parigi del 1919 gli assegnarono sette chilometri di larghezza e voleva far passare per le sue acque il confine tra l’Italia e la Jugoslavia. Per fortuna, vi fu chi li mise nella retta via, precisando la vera ampiezza del canale che è di appena undici (11) metri, scongiurando così un fatale errore. Probabilmente il madornale granchio di sette chilometri fu pescato nel canale di Veglia. 
    Infatti, quella isola romano-veneta restò poi sacrificata all’ingordigia slava. Apolloni o Rodio, vissuto nel III secolo a.C. conosce il nostro canale col nome di Euripo e ne fa materia di classica leggenda: lo varcarono Giasone e Medea al ritorno dalla spedizione nella Colchide, macchiandosi del sangue dell’infelice Absirto, in memoria del quale la città sorta sulle sue sponde fu chiamata Absyrtum ed Abserum, e Assirtidi le isole di Cherso e Lussino. 
    Circa l’origine del canale, alcuni lo fanno nascere in seguito allo sconvolgimento tellurico che staccò le isole dal continente nell’epoca terziaria, mentre altri lo credono opera dell’uomo, eseguita a vantaggio della navigazione in un tratto di mare più sicuro e protetto. Se esisteva, come vuole la leggenda, al tempo degli Argonauti ed i Colchi di Absirto si appiattarono presso quel passaggio quasi obbligatorio per tendere l’agguato ai rapitori del vello d’oro, bisogna addentrarsi maggiormente nel tempo per poter imputarne la costruzione all’uomo. L’onore dell’impresa spetterebbe in tale caso ai Brigi che, a quanto pare, per primi abitarono le isole del Quarnero. 
    Erano i Brigi
, un ramo di quell’antichissima popolazione della Tracia che, attraverso l’Ellesponto, passò poi in Asia Minore, assegnando il nome di Frigia alla patria novella. Dei Brigi, o Frigi, gli antichi dicevano ch’erano testardi e che miglioravano col bastone: “Phryx verberatus melior”. Si diceva anche che fossero gli inventori dell’ancora. Infatti, soltanto una tribù di ostinati, di caparbi di prima forza e per giunta inventrice dell’ancora avrebbe potuto a quel tempo aprire una breccia nella viva roccia per costruire un canale marittimo. 
    Comunque, il canale c’è, bello, piccolino, profondo quasi tre metri e le sue acque irrequiete mettono in comunicazione il tumultuoso Quarnero col placido Quarnerolo. 
    Di grande importanza nell’antichità più remota quando Greci
, Fenici, Etruschi e Viburni avevano forti relazioni commerciali con la metropoli osserina (scalo floridissimo e anello di congiunzione tra l’Oriente e l’Occidente). Non ne ebbe meno dopo l’occupazione dei Romani, avvenuta intorno al 60 a.c. e sotto la Repubblica di Venezia, dopo il 1000. 
    Il suo prestigio andò scemando con la decadenza di Ossero, con l’evolversi della navigazione, con la sicurezza del mare non più infestato da pirati e finì col diventare una pura via di comunicazione marittima locale. 
    L’esiguo braccio di mare, soggetto ad ingombri di detriti trasportati dalle correnti, ebbe sempre bisogno di continui scavi, di modo che, da questi, nel corso dei secoli prese i nomi di Covata
, Cava e infine Cavanella
    Un meschino ponte di legno permetteva il transito dall’una all’altra sponda ai pastori ed agli animali, che erano condotti al pascolo, quando l’isola di Lussino non era ancora ripopolata dopo l’esodo delle genti preistoriche. Ossero, che ne dominava il passaggio, approfittava anche di questa congiunzione per chiamare tutte e due le isole col solo nome. 


Ossero nel 1600 – questa stampa è tratta dal volume di Giuseppe Rosaccio – “Viaggio 
da Venezia a Costantinopoli per mare e per terra” - edito a Venezia nel 1606

    Tutte le navi che attraversavano il canale, ad eccezione di quelle dello Stato e degli isolani, erano soggette ad una tassa, conosciuta sotto il nome di “alboraggio“. Ai lavori di riparazione delle rive, di pulitura del fondo e di manutenzione del ponte concorrevano anche gli abitanti dei Lussini fin dai primi giorni che si stabilirono nel paese. Questa fazione personale ed il pagamento del tributo per il servizio di guardia furono motivi di discordie tra lussignani ed osserini fino a pochi anni avanti alla caduta della Repubblica veneta. Esse, però, non giunsero mai ad intaccare lo spirito d’amor patrio verso la Dominante, e se è vero che la Cavanella, fisicamente disgiunse le due isole, le unì sempre nell’amore alle tradizioni civili e culturali romane e venete. 
    Dopo la pace di Campoformio, gli austriaci sguarnirono la Cavanella dei quattro pezzi di artiglieria con i quali Venezia l’aveva fortificata: il presidio dell’ormai spenta Ossero era composto di otto soldati ed un caporale, la sua navigazione ridotta presso che a nulla. 
    Quale punto strategico il ponte subì tre azioni militari nel corso di centotrentacinque anni: nel maggio del 1809 fu distrutto dagli inglesi, il tre luglio 1859 da una fregata della squadra francosarda che lo stesso giorno prese possesso del porto di Lussinpiccolo, mentre nel luglio del 1944 l’aviazione inglese non riuscì che a sfiorarlo, danneggiando invece la cattedrale della città.  

 Con l’occupazione italiana, il ponte di legno fu sostituito da uno di ferro, girevole, scintillante ai raggi del bel sole delle isole redente. 
    Dopo centoventi anni di dominazioni straniere, il Leone alato, riprese il suo posto sulle antiche mura venete prospicienti il canale. Gli abitanti ne gioirono immensamente. 
   
Le rive della Cavanella si animavano di solito al passaggio delle navi, che venivano salutate da grandi e piccini agitando festosamente le mani; ad ogni veliero carico di mercanzie che sostava presso la banchina accorrevano tutti, chi per comprare, chi per curiosare, e chi per aiutare era presente alla partenza delle barche per la pesca delle sardelle. Gaio ed animato particolarmente le domeniche e le feste era il passaggio dei giovani sotto la verde pineta della sponda lussignana, con magnifica vista sul Quarnerolo azzurro solcato da bianche vele. I contadini, stanchi del lavoro compiuto sotto il sole infuocato, prima di coricarsi, nelle sere d’estate si recavano sul ponte inondato d’aura marina per fare tra loro due chiacchiere: in italiano, s’intende, perché ad Ossero non si parlava che in italiano, da sempre! 
    E, per far intendere questa sacrosanta verità agli slavi, il giorno del loro arrivo, un popolano per tutti esibì la carta d’identità dell’intera popolazione, stampando a lettere cubitali sulle rovine del castello veneto, di fronte alla Cavanella, un fragoroso “W OSSERO ITALIANA” 
    P.S.
    <Questo articolo è stato scritto circa 50 anni fa. 
    E’ stato trascritto, dal sottoscritto e riportato in modo
integrale con lettere più grandi in modo da agevolare la lettura.
    Non tutti condivideranno il contenuto, le ipotesi e le congetture su citate.
    Qualcuno potrà forse obiettare alcune considerazioni fatte negli ultimi passi. 
    Sta in ognuno di noi a giudicare con il proprio intelletto e valutare ogni aspetto storico.
    Ricordatevi che il testo è stato scritto quando le ferite e le contraddizioni politiche erano ancora fresche>. 


                                  Mario Lucano
– Genova - Febbraio 2007.

    La “Cavanella” – la piccola Rocca di Gibilterra del nord Adriatico.………..Per capire meglio la nostra origine…….. 

 

 

 


Il Leone di Ossero 
foto Piero Magnabosco

Precedente Su Successiva
Ultimo aggiornamento martedì 14 agosto 2007