Foglio "Lussino"
n.23
pagina 1 e 2
Giornata del Ricordo 10 febbraio 1947-10 febbraio 2007
di Licia Giadrossi-Gloria Tamaro
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A
sessant’anni da quel dirompente e definitivo trattato di pace di Parigi
che sanciva la perdita delle nostre terre e della nostra identità, l’espianto
delle radici di 350.000 persone da Istria, Fiume e Dalmazia che sono
andate disperse per il mondo a rifarsi una vita, questa Giornata vuole non
solo ricordare e far conoscere la storia negata delle Foibe e dell’Esodo
ma anche onorare la memoria di quanti sono caduti in guerra e nel
dopoguerra. |
Mi
riferisco ai fucilati della X-Mas sul muro di Ossero, ragazzi di vent’anni
ancora sepolti nella fossa comune che si erano dovuti scavare, prima dell’esecuzione
e ai Caduti di Lischi. |
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di Federica Haglich |
| Chi ha vissuto
l’esodo dall’Istria, come me, non aveva bisogno della “Giornata del
Ricordo” per non dimenticare!.....Una come me non dimentica perché non
vuole e non può dimenticare il profumo di quel mare, il colore di quelle
terre, il sapore di quella vita sulle rive di un mare genitore. Una come me, che ha lasciato la sua isola da bambina, la sofferenza dell’Esodo se la porta dentro tutta la vita. Fiera e con orgoglio vive il segno del dolore dell’abbandono dei luoghi tanto cari, degli affetti, della casa, delle abitudini e di tutto quello che possedeva. L’emozione mi provoca continuamente il nodo in gola quando parlo del luogo in cui sono nata e le lacrime scendono fluenti quando nell’aria si spandono le note dell’inno d’Italia, patria così tanto amata e per la quale la mia famiglia ed io abbiamo abbandonato tutto. Non ho bisogno di un giorno per ricordare tutto ciò! Non posso dimenticare il rumore del nostro esodo silenzioso, del nostro fluire lasciando dietro di noi la nostra storia, le nostre case, i nostri averi. Ma credo che l’ufficializzazione della “ Giornata del Ricordo” sia importante per molti italiani ignari, perché dimostra che lo Stato e le Istituzioni Pubbliche hanno preso coscienza di questo periodo storico e perché ha reso di pubblico dominio parte dei soprusi, delle sparizioni, dei sequestri, degli omicidi, dei massacri perpetuati per molti anni verso gli abitanti italiani di quei territori a due passi dallo stivale (vera e propria silente pulizia etnica). Questo clima di terrore, oppressione e odio continuò per diversi anni anche dopo la firma del trattato di pace del 1947 con il quale venivano ceduti i territori dell’Istria e della Dalmazia come pagamento dei debiti di guerra. A guerra ormai finita, fu impedito a tutti di uscire dai territori ceduti alla Yugoslavia per raggiungere la patria italiana. Per cui l’unica strada verso la libertà per noi che vivevamo in un’isola che ancora è meravigliosa, era quella della fuga in barca, di notte, sfidando la sorveglianza della terribile milizia yugoslava e la forza delle onde provocate dalla bora del Quarnero. Noi siamo stati fortunati e il nostro viaggio andò a buon fine, ma voglio approfittare di questa giornata particolare per raccontare un fatto atroce, una sofferenza del passato che riguarda la mia famiglia e che servirà ad “allargare” la memoria per non dimenticare mai. È la storia di un viaggio mai iniziato, di una speranza di libertà fatta annegare sotto il mare per volontà di potere. Era il 10 maggio 1956 quando mio zio Giovanni Zorovich, 30 anni, e altri due amici, Giovanni Carcich, 31 anni, sposato con un figlio e il giovanissimo Mario Filinich, di soli 19 anni, decisero di fuggire verso la patria italiana con una piccola barca a remi. |
Ma
qualcosa non andò per il verso giusto quella notte perché prima
della partenza arrivò la milizia che aveva già catturato il sig.
Giovanni Knesich, colui il quale aveva venduto loro la barca,
piccola zattera per fuggire dal comunismo, da un destino certo.
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