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Non sapevo, veramente, su quale pista muovermi
per uno scritto sul nostro Foglio “Lussino” che speriamo esca prima
del nostro incontro di fine maggio a Peschiera. Lì avremo l’occasione
di riunirci in assemblea e di decidere iniziative e attività per la vita
della nostra Comunità.
Certo
devo ancora rivolgere un grazie di tutto cuore alla nostra solerte
Segretaria che mi telefona e mi sprona a scrivere qualche articolo per la
nostra vita ideale tramite il Foglio, come lo chiamava l’indimenticabile
Giuseppe Favrini. Non mi sembra vero che così presto ci abbia lasciati!
La Licia lo aveva aiutato e da lui ha preso quella forza che è in Lei per
il compito che ha accettato. E’ lei che, il giorno dopo Pasqua, a
pomeriggio inoltrato, mi ha chiesto di parlare del mio papà, “el
comandante Mirto”!
Non
so se saprò esprimere quello che sento dentro di me riguardo al mio
genitore, sempre legato alla mia mamma e a noi tre figli, Nevio, Alfeo e
Mirtia. Sin da piccolo vedevo in lui il responsabile della vita della
famiglia: sembrerà una cosa non possibile nella mente di un bambino, ma
la mamma mi aveva sempre inculcato l’amore per il papà che “batteva
le onde del mare per poterci dare la possibilità di vivere degnamente”.
Degnamente
- posso valutare ora - voleva dire senza sprechi inutili e senza
spavalderia di ostentazione. Non pignoleria, né baldanza per le mansioni
di capitano prima e di comandante poi, ma neanche senso di privazione di
qualcosa che ci si poteva permettere.
Sarà ridicolo, ora, vista la situazione generale
delle persone che valgono solo per quello che possiedono o che appaiono di
possedere, mentre si privano del necessario solo per apparire. Scusatemi
la digressione, ma tutto questo è parte di me e risale alla mia infanzia
e alla mia adolescenza.
Ritorno
al mio papà. La mamma “me gaveva imparado” a volergli bene e a
pregare sempre per lui, perché era la nostra vita. Vita sempre lontano da
casa.
Ricordo bene, non l’anno però, quando non era
potuto venire a casa, ma aveva continuato a navigare per venti mesi di
seguito, forse anche più. La mamma diceva che per fortuna non era
sbarcato perché essendo legato alle navi da carico, non quelle da
passeggeri, correva il rischio di restare senza imbarco e senza paga... e
noi dovevamo mangiare, vestirci, studiare.
Bene in quell’occasione avevo chiesto alla
mamma un po’ di carta bianca, pennino e calamaio - non esistevano
pennarelli colorati - per scrivergli e dirgli la gioia di poterlo rivedere
e ricevere i baci dal papà che rientrava dopo quasi due anni di assenza
dalla nostra casa.
Ricordo, tra l’altro, quando era con noi, la
sua passione per il lavoro in Dolaz!
Aveva comperato un appezzamento ai piedi del
Malin da suo zio Giulio Bragato, padre della nostra indimenticabile
scrittrice Elsa. Lo zio lo usava soprattutto per le api e la produzione di
miele, “el Mirto” invece, preferiva coltivare uva, fichi,patate e
verdure... gli piaceva fare innesti. C’era una piccola cisterna e la
poca acqua serviva per innaffiare. Costruì un piccolo pollaio e quindi
noi non mancavamo di uova; la piccola casetta degli attrezzi cominciò a
crescere e così si poteva anche cucinare quando eravamo tutti lì.
Aggiustò i muri a secco di cinta, “le masiere”, e fece una piccola
porta che ci consentiva di andare direttamente a fare il bagno a
Zagazignine.
Mentre ripenso a tanti particolari,
insignificanti per qualcuno ma interessanti per me, mi viene voglia di
spargere qualche lacrima, non perché sono vecchio e mi commuovo più
facilmente, ma perché rivivo tanti momenti belli della mia giovinezza.
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