Precedente Su Successiva

Foglio "Lussino" n.20
pagina 3 e 4

  El mio papà


di Don Nevio      


     Non sapevo, veramente, su quale pista muovermi per uno scritto sul nostro Foglio “Lussino” che speriamo esca prima del nostro incontro di fine maggio a Peschiera. Lì avremo l’occasione di riunirci in assemblea e di decidere iniziative e attività per la vita della nostra Comunità.
     Certo devo ancora rivolgere un grazie di tutto cuore alla nostra solerte Segretaria che mi telefona e mi sprona a scrivere qualche articolo per la nostra vita ideale tramite il Foglio, come lo chiamava l’indimenticabile Giuseppe Favrini. Non mi sembra vero che così presto ci abbia lasciati! La Licia lo aveva aiutato e da lui ha preso quella forza che è in Lei per il compito che ha accettato. E’ lei che, il giorno dopo Pasqua, a pomeriggio inoltrato, mi ha chiesto di parlare del mio papà, “el comandante Mirto”!
     Non so se saprò esprimere quello che sento dentro di me riguardo al mio genitore, sempre legato alla mia mamma e a noi tre figli, Nevio, Alfeo e Mirtia. Sin da piccolo vedevo in lui il responsabile della vita della famiglia: sembrerà una cosa non possibile nella mente di un bambino, ma la mamma mi aveva sempre inculcato l’amore per il papà che “batteva le onde del mare per poterci dare la possibilità di vivere degnamente”.
     Degnamente - posso valutare ora - voleva dire senza sprechi inutili e senza spavalderia di ostentazione. Non pignoleria, né baldanza per le mansioni di capitano prima e di comandante poi, ma neanche senso di privazione di qualcosa che ci si poteva permettere.
     Sarà ridicolo, ora, vista la situazione generale delle persone che valgono solo per quello che possiedono o che appaiono di possedere, mentre si privano del necessario solo per apparire. Scusatemi la digressione, ma tutto questo è parte di me e risale alla mia infanzia e alla mia adolescenza.
      Ritorno al mio papà. La mamma “me gaveva imparado” a volergli bene e a pregare sempre per lui, perché era la nostra vita. Vita sempre lontano da casa. 
     Ricordo bene, non l’anno però, quando non era potuto venire a casa, ma aveva continuato a navigare per venti mesi di seguito, forse anche più. La mamma diceva che per fortuna non era sbarcato perché essendo legato alle navi da carico, non quelle da passeggeri, correva il rischio di restare senza imbarco e senza paga... e noi dovevamo mangiare, vestirci, studiare. 
     Bene in quell’occasione avevo chiesto alla mamma un po’ di carta bianca, pennino e calamaio - non esistevano pennarelli colorati - per scrivergli e dirgli la gioia di poterlo rivedere e ricevere i baci dal papà che rientrava dopo quasi due anni di assenza dalla nostra casa. 
     Ricordo, tra l’altro, quando era con noi, la sua passione per il lavoro in Dolaz! 
     Aveva comperato un appezzamento ai piedi del Malin da suo zio Giulio Bragato, padre della nostra indimenticabile scrittrice Elsa. Lo zio lo usava soprattutto per le api e la produzione di miele, “el Mirto” invece, preferiva coltivare uva, fichi,patate e verdure... gli piaceva fare innesti. C’era una piccola cisterna e la poca acqua serviva per innaffiare. Costruì un piccolo pollaio e quindi noi non mancavamo di uova; la piccola casetta degli attrezzi cominciò a crescere e così si poteva anche cucinare quando eravamo tutti lì. Aggiustò i muri a secco di cinta, “le masiere”, e fece una piccola porta che ci consentiva di andare direttamente a fare il bagno a Zagazignine. 
     Mentre ripenso a tanti particolari, insignificanti per qualcuno ma interessanti per me, mi viene voglia di spargere qualche lacrima, non perché sono vecchio e mi commuovo più facilmente, ma perché rivivo tanti momenti belli della mia giovinezza. 

E la riconoscenza per i miei non può che essere profonda e duratura fino agli ultimi istanti della mia vita. Non so cosa potranno pensare i miei fratelli, Alfeo e Mirtia di queste mie espressioni, ma sono realmente radicate in me. 
    
A sei anni ero già chierichetto, abitavo vicino alla chiesa, prima andavo all’asilo tra brave Suore, poi alle elementari, veneravo Don Ottavio, avevo come insegnante Don Emerico: tutto questo mi aveva fatto balenare nella mente l’idea di diventare prete. 
     Finite le elementari, era arrivato il momento della scelta: Nautico o Seminario? Lussinpiccolo o Zara? 
     Saggiamente direi adesso, papà fece una proposta: c’erano state alcune defezioni di seminaristi e lui desiderava che fossi un po’ più sicuro di questa scelta di vita. E così feci Il Tecnico Nautico Inferiore. A 14 anni, libretto di navigazione firmato dal comandante Carlo Martorelli e alcune dichiarazioni di abilità in voga, nuoto, ecc, firmate dalla Pia Biagini. 
     Finiti gli esami, con la mamma sono andato a Savona, dove mio padre stava sbarcando merci varie. Arrivai in nave a Genova non pensando, naturalmente, che ci sarei ritornato e per fare il prete in questa città!     

...A sei anni ero già chierichetto, abitavo vicino alla chiesa...
     Mi imbarcai come mozzo, e il breve viaggio di 27 giorni mi fece toccare e vedere Livorno, Catania, Durazzo, Valona, Santi Quaranta, un’isola delle Ionie, Pireo con visita al Partenone di Atene, Rodi, Smirne, e rientro a Genova dove sbarcai.     
     Lo ringrazio ancora di questa sua proposta alternativa ma nulla mi fece cambiare idea. La mia domanda di entrare in Seminario partì dallo stretto di Messina.

     Prima di concludere, desidero raccontare due episodi. Nel primo ciò che è stato detto una sera dai relatori a Lussinpiccolo, al Teatro Bonetti, dove si tenevano corsi di indottrinamento sulla slavizzazione della nostra isola nei secoli... Non mi soffermo ora su questo aspetto delle riunioni ma la sera stessa che Mirto Martinoli, venne richiamato dagli armatori Costa (è stato il primo a esserlo) al comando della prima nave che avevano preso in “affitto” dai Messina, dissero: “Finalmente un navigante fascista ha lasciato la nostra città!”. 
      Non mi offenderei assolutamente per il fatto che lo fosse o no, perché ognuno ha le proprie idee e può tenerle per sé o professarle. 
      Nel secondo c’è un altro fatto molto importante: quando mio padre era al comando dell’“Unione”, durante un viaggio tra l’Italia e la Grecia, due idrovolanti siluranti in azione combinata, colpirono la nave a prua, l’acqua invase e sbilanciò lo scafo che si inclinò, facendo uscire eliche e poppa dall’acqua. 

Quando la nave si fermò, papà dovette decidere sul da farsi, ma era militarizzata e aveva a bordo 5 militari, un capitano di fanteria e un cannoncino a prua.
     Il capitano di fanteria salì sul ponte di comando e
ordinò di abbandonare immediatamente l’imbarcazione. Papà aveva compreso che, avendo le stive stagne, la nave era salvabile e non poteva affondare. Era quindi suo preciso dovere salvare la vita al suo equipaggio e consegnare la nave ai suoi armatori. 
      Prese la pistola al capitano e gliela puntò contro e così tutto si risolse. La nave venne trainata in Grecia, si chiuse la falla provocata dal siluro, le eliche poterono riprendere a girare e venne portata a Livorno per le riparazioni allo scafo. 
      Purtroppo prima di ritirarsi dalla città, i tedeschi condussero la nave all’ingresso del porto e l’affondarono per ostruire l’entrata alle eventuali navi degli alleati.
      Vi chiederete che cosa c’entri l’epiteto di “fascista” dato a mio padre? C’entra perché... dopo qualche tempo i Costa ricevettero dal Comando Marina Militare la richiesta di proporre l’assegnazione di una medaglia d’argento al comandante Mirto Martinoli per il suo operato. Non poterono farlo perché non era iscritto al Partito Nazionale Fascista. 
     Papà espose chiaramente i motivi per cui aveva salvato la nave e disse che non intendeva iscriversi al partito. 
     Non era partito da Lussino un fascista, ma un italiano!!!

Precedente Su Successiva
Ultimo aggiornamento domenica 27 agosto 2006