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Foglio "Lussino" n.24
pagina 4
, 5, 6 ,7, 8 e 9

Commemorazioni

Cavaliere Claudia Troianich Giuricich

    
Claudia Troianich Giuricich, mancata a Johannesburg il 9 settembre 2006, nacque il 3 luglio 1921 a Lussinpiccolo, e arrivò in Sud Africa nel 1924. Conseguì il diploma di maturità alla scuola della Orsoline a Krugersdorp. 
     In tempi difficili, dopo la scuola, mentre studiava per il diploma commerciale, lavorò alle Ferrovie Statali. Allora, le università non ammettevano le donne e riservavano i posti liberi per gli uomini che tornavano dalla guerra. 
     Nel 1942, durante la guerra, si sposò con Nicolò Giuricich e il matrimonio fu allietato da 9 figli, 26 nipoti e 2 pronipoti. 
     Claudia Giuricich lavorò anche nella società edile di famiglia, la Giuricich Brothers, e nel 2005, a 84 anni, quando fu insignita del premio di vita, era ancora consigliere nel consiglio di amministrazione di diverse società. 
     Il suo impegno nella Comunità italiana iniziò durante la guerra, assistendo i prigionieri di guerra italiani a Zonderwater e poi promuovendo la vita della Comunità italiana: 
     -Assieme al marito Nicolò, fondò il Circolo italiano in Bedfordview a Johannesburg e per tanti anni fecero parte assieme del comitato direttivo 
     -Fu tra i fondatori del Centro Comunitario Italiano che comprende l’asilo nido “Mondo Magico”. 
     -Agli inizi degli anni settanta fu fondatrice della JILS (Società signore italiane di Johannesburg), diventando presidente onorario a vita. 
     -Dal 1991 al 1997 fu attiva nel Comites (Comitato Italiani residenti all’estero). 
     -Nel 1984 fu insignita dell’onorificenza di Cavaliere OMRI

 

   

 

Maria “Meri” Morin Nicolich

     E’ mancata all’affetto dei suoi cari il 1 maggio 2007 la lussignana MORIN Maria (Meri) ved. NICOLICH nata il 5/8/1910. La piangono, il figlio Sergio, che ha vissuto sempre con la mamma, e l’altro figlio Gianni, emigrato in Svizzera, con la nuora Madeleine, i nipoti Frédéric e Claude ed i pronipoti. Era la moglie del marittimo Nicolich Giuseppe cameriere a bordo delle navi della Soc. di Navigazione Cosulich e poi Italia di navigazione, figlio di Giovanni detto “comisario”, che fu ferito gravemente la sera del 1 giugno 1944 durante il bombardamento aereo del “Tonin Campanella”. Morì il giorno dopo, mentre era trasportato a Trieste con l’idrovolante venuto apposta da quella località a raccogliere i feriti. Da questa disgrazia fu molto provata ed il ricordo di quella notte tremenda non l’abbandonò mai. Rimasta vedova continuò il suo mestiere di sarta per mantenere i suoi due figli in tenera età aiutata anche dall’anziana mamma. In Italia dal 1950 ha vissuto nei Campi Profughi di Barletta, Lucca e Marina di Carrara per ben 13 anni. Si era poi stabilita ad Albisola Capo in provincia di Savona con il figlio Sergio. 
     Così è finita una lunga esistenza circondata dall’affetto dei suoi cari, lontana dalla sua Lussino sempre presente nei suoi ricordi.

 

 

            Per nonno Giorgio Vidulli

    Non era tanto affettuoso il mio nonno, cioè lo era a modo suo.
    Lui era uno che non lasciava trasparire tanto le sue emozioni; ma sotto quella apparente corazza c’era un animo
forte e veramente buono, un animo che aveva sofferto ed era orgoglioso della famiglia che aveva costruito. Se anche qualche volta sembrava burbero, in realtà aveva sempre pronto un sorriso, un sorriso per tutti, sincero, spontaneo. 
    Lo voglio ricordare così, come quella volta che stavo uscendo dal parcheggio davanti a casa e l’ho visto passare,
andava a fare la sua passeggiata a Sant’Andrea. Ho abbassato il finestrino e quanto mi ha visto, interrompendo chissà quale pensiero, mi ha sorriso. E’ una bella giornata, vado a cavallo, gli ho detto e lui sì, mi ha risposto, allora ci vediamo a pranzo. Già, ci vediamo a pranzo nonno, e io pensavo che avrei continuato a vederti a pranzo ogni pranzo per sempre, trovandoti sulla tua poltrona che facevi parole crociate e guardavi infiniti campionati di tennis. Non avrei mai smesso di rimproverarti per tutto l’olio che versavi su ogni cibo e per la quantità di panna che spruzzavi sul caffè. Forse, se avessi immaginato che un giorno la tua casa così piena di te sarebbe stata così vuota, beh, forse avrei fatto più attenzione a tante piccole cose, non avrei schivato qualche carezza con la scusa che sono grande, ti avrei abbracciato una volta in più. Ti volevo bene nonno, ti voglio ancora bene e so che tu in fondo non sei andato tanto lontano. Tu sei stato fortunato e lo sapevi, hai trovato un angelo che si è innamorato di te -forse anche perché eri proprio un bel ragazzo- e che ti ha accompagnato per tutta la vita, dandoti più amore di quello che chiunque potrà mai meritare. Hai avuto due figli che ti hanno dato tante soddisfazioni e che tu hai contribuito a rendere le persone che sono; due nipoti che forse avrebbero voluto amarti di più e così tanti amici che ora si sentono più soli senza il tuo sorriso. 
     Un cuore sportivo, oscillante tra il mare, le vele, la neve, le racchette; un cuore che sapeva quello che voleva e ha
lottato tutta una vita per raggiungerlo. Ma anche il nonno sbadato che invece di svoltare all’uscita di Sistiana mi ha portato fin Monfalcone, che faceva impazzire la nonna per cercare le chiavi di casa e poi le aveva in tasca, che faceva i buchi su tutti i pantaloni con l’acido della batteria della barca. 
    Perché in fondo il mio nonno Giorgio, nascosto da tutta la sua esperienza, nascosto da tutti i suoi anni, era
ancora quel bambino che sorride sotto una pergola del giardino che ha tanto amato, nella foto dell’atrio della sua casa, e a me piace pensare a lui così ................
Caterina 

   

In ricordo di mia sorella Ita
                                                                                                                                                          di Clara Maraspin

     Il 22 luglio 2007 è deceduta a Genova Margherita Maraspin (“Ita”), vedova del Comandante Nicolò Miletich. Grande il dolore delle nostre famiglie! Negli anni bui del dopoguerra nel nostro amato paese, il futuro per i nostri giovani si presentava pieno di ostacoli…Iniziarono così le avventurose fughe da Lussino e se ne andò anche Nicolò con la promessa di Ita di raggiungerlo appena possibile. Iniziò così, un giorno del 1947, la piccola e rischiosa avventura di Ita. Una mattina all’alba salutò i suoi cari e salì in corriera senza bagagli con il solo abito che indossava, lungo il tragitto… al controllo dei militari che le chiesero dove andasse rispose prontamente: “Vado a Capodistria ma stasera torno a Lussino”, la lasciarono andare e finalmente poco dopo arrivò dove una barca la stava aspettando per condurla a Trieste; da lì raggiunse Monfalcone e la casa degli zii che l’avrebbero ospitata. Nicolò, che allora era imbarcato sulla “Marco U. Martinoli”, all’arrivo della nave a Trieste, chiese subito un permesso e felice raggiunse la sua Ita a Monfalcone… baci, abbracci e lacrime segnarono quell’incontro tanto ospirato. Poco dopo nella chiesa di Monfalcone venne celebrato il loro matrimonio. Quando finalmente dopo un po’ di tempo riuscimmo ad incontrarci, mia sorella mi raccontò l’avventura di quella fuga in barca, il pericolo che aveva corso e la paura che tutto sfumasse. Fu allora che esclamai piena di commozione: “Non sapevo di avere una sorella così coraggiosa!”.

Carlina Piperata,
mecenate lungimirante e generosa

di Licia Giadrossi-Gloria

 

 

 

 

 

 

    Carlina Piperata nasce a Zara il 22 gennaio 1912 da Fanny Gerolimich e da Carlo che si era trasferito in quella città per motivi di lavoro. 
    Il padre di Carlo, Leopoldo Piperata di origini spalatine, era venuto a Lussinpiccolo a insegnare come maestro alle scuole elementari, qui s’innamorò di Anna Suttora, un colpo di fulmine, osò un bacio sulla spalla, che all’epoca fece scandalo, la sposò, ed ebbe due figli Giuseppe e Carlo. 
    Anna Suttora era sorella di Francesca, nonna di Neera Hreglich, presidente onoraria della nostra Comunità di Lussinpiccolo dei non più residenti sull’Isola . 
    Leopoldo Piperata divenne direttore didattico, fece costruire la villa omonima in Secondo Squero nel 1906, una delle poche vere ville costruite da un famoso architetto. 
    I figli: Carlo divenne ingegnere e lavorò per la società di navigazione Gerolimich; Giuseppe studiò medicina a Vienna, esercitò la professione e continuò a studiare a Napoli dove si innamorò dell’arte napoletana, una passione che coltivò per tutta la vita. 
    La prima esperienza, però, fu negativa perché il quadro comprato con grandi sacrifici gli venne ben presto rubato.
    Anche Carlina ha ereditato dallo zio la passione per l’arte: dopo la laurea a Padova ha insegnato per dieci anni in Libia, dal 1949 al 1959, e poi al liceo classico Dante Alighieri di Trieste, ovviamente storia dell’arte!     

    Lo zio Giuseppe trasferitosi nuovamente nella capitale dell’Impero austro-ungarico, trovò un ambiente ricchissimo di stimoli e di novità: Vienna era il centro più importante per il neoclassicismo e il Liberty. 
    Negli anni ’20 si trasferì in Friuli e iniziò ad acquistare opere d’arte. Visse tra Gradisca, Udine e Treviso, con qualche parentesi anche a Trieste. Giuseppe Piperata morì nel 1975 in Valtellina senza mai avere più rivisto Lussino, le
sue ceneri riposano a Grosio. 
    Egli riuscì a collezionare moltissime opere di ogni epoca a partire
dal ‘600, opere che man mano venivano collocate nella Villa Piperata, che divenne quasi un’ esposizione permanente. 
    Conobbe Fittke negli anni ’20, gli piacquero subito i suoi quadri, comperò tutto quello che gli era possibile, una cinquantina di tele, anche perché il valore commerciale non era alto. Fittke aveva studiato a Monaco e aveva ricevuto un premio alla Biennale d’arte di Venezia. 
   Dopo la II guerra mondiale, la villa scomparve, la collezione venne
smembrata: i quadri antichi, per legge internazionale, dovettero rimanere a Lussino dove oggi costituiscono la collezione Piperata, mentre le opere moderne poterono essere trasferite a Trieste, dapprima in una cantina e poi non appena possibile nella casa della nipote Carlina. 
   Giuseppe Piperata affermava che “le cose d’arte devono essere a
disposizione di tutti” e per questo la nipote Carlina ha deciso di donare al Civico Museo Sartorio di Trieste l’intera collezione Fittke che è a disposizione del pubblico nelle belle sale da poco restaurate e allestite a cura dalla mecenate triestina Fulvia Costantinides a ricordo del marito Giorgio.
  
Carlina non è riuscita a essere presente all’inaugurazione avvenuta il 28 giugno ma il suo dolcissimo sorriso aleggia sempre negli eleganti e ariosi ambienti di Villa Sartorio. 

 


Giuseppe Piperata

Adriano Dugulin, direttore dell’Area Cultura e Sport dei Civici Musei 
di Storia e Arte, già allievo di Carlina al liceo Dante di Trieste, così la ricorda:

    L’aula di storia dell’arte del Liceo ginnasio Dante Alighieri si affacciava, all’ammezzato, su un pianerottolo poco illuminato; lì su una pedana sedeva in cattedra la professoressa Rebecchi, minuta e fine, gentile ma riservata, con quel nome così inusuale e importante, Carlotta. 
    Erano i primi anni Settanta e l’impulso al rinnovamento degli anni precedenti sembrava sbiadito e lasciava campo
a noiosi grigiori di molte lezioni. 
    Nelle aule di fisica e di chimica, come inutili relitti, giacevano centinaia di attrezzi per compiere esperimenti e
capire il funzionamento delle cose, ma le lezioni erano un susseguirsi di parole pronunciate da insegnanti avvezzi e votati alla ripetitività e alla seriosità cattedratica. 
    L’aula di Carlotta era invece un’isola colorata, quasi una fucina ottocentesca dove lei trasmetteva l’energia e
l’amore per l’arte con confronti e analisi: in quelle ore di lezione si coglieva il fatto che per lei la scuola era solo una parte della vita di studio e di ricerca continua, un inno alla creatività.
   
Non utilizzava la sua energia per spegnere, nell’ordine, la nostra vitalità, ma per stimolare in noi il guardare l’opera, per scoprirla, capirla, per vederla. Era una questione di metodo non di nozioni, di emozioni non di memoria: bisognava vedere, non soltanto guardare.
    Con occhi vivaci lei ci guardava, ricercando nei nostri la conferma che avevamo visto, e, spesso, ci sorrideva, strizzando un po’ gli occhi. 
   Su quell’isola di colori e sorrisi viveva lei che era diversa dagli altri insegnanti, che veniva da altre storie. 

   C’era infatti quella storia che si tramandava di generazione in generazione come una leggenda: Carlotta che negli
anni trenta, da sola, in bicicletta percorre le valli e le montagne del triveneto alla scoperta di opere d’arte, per completare i suoi studi. E poi il fatto che avesse insegnato la sua materia per quasi un decennio a Tripoli e che fosse una specialista del Bison, una studiosa. 
   Eravamo molto giovani allora e mi chiedo se veramente fossimo consapevoli, al punto da capirla... 
   Dopo, negli anni, rari incontri: veniva alle mostre che curavo, a controllare, diceva con ironia, cosa combinava il
suo scolaro e sorrideva strizzando un po’ gli occhi, pronunciava poche parole illuminanti e manifestava sempre tanta curiosità. 
   Come non ricordare poi la magia di quell’incontro in via Catraro, una decina di anni fa, e l’emozionante contatto
diretto con i suoi Fittke e la loro storia. 
  
In quell’occasione Carlotta espresse la delicata, quasi sussurrata richiesta di dare una certezza e una soluzione alla preoccupazione della definitiva collocazione della collezione nei musei: un gesto di amore per la cosa più amata. 
   La collezione Piperata riempiva ogni ambiente e ogni angolo e parete della sua casa, ogni cassetto e armadio come
in un allestimento museale ottocentesco, come in una favolosa bottega d’antiquario. 
   Quanti anni erano trascorsi dai tramonti di Lussinpiccolo quando lo zio di Carlotta, Giuseppe Piperata, medico di
origini lussignane e spalatine, durante le vacanze approdava con la sua barchetta nello squero davanti al cancello di Villa Anna per accompagnare la madre a bere una birra da Hoffman ? 
    Lì Carlotta, che era nata nel 1912 a Zara, ma che viveva già a Trieste, in quell’isola, nella casa felice degli antenati, negli anni venti, d’estate incontrò l’arte.
  
Lo zio collezionista arrivava a Lussinpiccolo “de solito con un quadro solo el brazo” o con un oggetto d’arte appena acquistato e lo mostrava a tutti, parenti e amici.
  
Ma gli piaceva in particolare coinvolgere Carlotta, ancora piccolina, che così venne educata al bello, imparò ad amare e conoscere l’arte e soprattutto a vedere. 
  
Le opere di Fittke furono una scoperta continua e un’occasione irripetibile di affinamento del gusto a partire da un autore contemporaneo; ma Carlotta, come le insegnò lo zio, iniziò anche a considerare le opere d’arte come un bene che non deve essere tenuto nascosto e goduto come un privilegio da pochi, ma messo a disposizione di tutti. 
  “L’abitudine a osservare l’arte mi ha spinta a guardare e vedere le cose in un modo che è lontano dalla banalità
della vita di ogni giorno; mi pare giusto - mi diceva pochi giorni orsono - cercare di andare sempre più in alto perché l’arte è un grande sostegno”. 
   “Intendo con la donazione delle 116 opere di Arturo Fittke della collezione Giuseppe Piperata ai Civici musei di storia ed arte onorare la memoria di mio zio collezionista che mi ha fatto innamorare di questo pittore e dell’arte, che in tutti questi lunghi anni di vita, sin dall’infanzia, mi ha accompagnato e affascinato. 
    Né mio zio, né io stessa abbiamo mai pensato che le opere d’arte potessero essere riconducibili ad un discorso di
tipo economico/finanziario; compagne di strada di tutta la mia vita, queste opere d’arte sono state per me soltanto occasione di gioia e ricerca. 
    Voglio quindi con questa donazione dare alla amata città di Trieste una opportunità di sviluppo culturale e turistico che ne esalti il nobile ruolo di città dei musei e della cultura europea, rivolgendomi in particolare ai giovani, memore dei lunghi anni trascorsi accanto a loro come insegnante di storia dell’arte al liceo”. 
   Con queste nobili parole, nelle quali si riassume tutta la sua vita, Carlotta, il 24 aprile di quest’anno, ha portato a
compimento con determinazione e chiarezza di obiettivi la sua missione con un atto mecenatesco che si colloca nella più alta tradizione del colto collezionismo triestino. 
   Il testimone che Carlotta aveva ricevuto dallo zio è passato, attraverso le mie mani, nelle mani di tutti e così lei
raggiunge l’immortalità...
  
Negli ultimi due mesi dunque, il destino ha voluto riportarmi in quella casa. Come se volesse chiudere il cerchio, Carlotta mi ha accolto raccontandomi che quel suo scolaro, giovane ragazzo, un giorno a fine lezione, si era avvicinato alla cattedra e le aveva detto in un soffio ma con slancio: “Professoressa, sa che lei è proprio in gamba !!”. Poi mi ha sorriso intensamente, strizzando un po’ gli occhi, come allora. Così ho capito che nulla in lei era cambiato... 

    In questi ultimi incontri Carlotta, animata dalla energia della sua serenità, con grazia, mentre mi parlava di Fittke, sembrava porgesse con le sue mani iris e fiori rossi, foglie d’autunno e rose gialle, gli emozionanti colori del suo pittore. 
    Seduta su uno scranno di legno scuro, mentre con chiarezza luminosa, rievocava la sua lunga vita con l’arte, senza un lamento, senza rancori,
senza un rimpianto, per alcuni istanti si interrompeva, riprendendo il filo del discorso mai esaurito su Fittke, come se avesse gli occhi fissi nel grande spettacolo della luce che trasfigura le cose, che rivela verità nascoste e trascendentali aprendo nuove vie al vedere che ci portano oltre la realtà. 
    Ora Carlotta è in luogo
fuori dal tempo dove ha ritrovato l’amato figlio Paolo e io la immagino soddisfatta di aver scoperto il mistero della filosofia artistica di Fittke e di essere partecipe del grande spettacolo della luce, ma soprattutto di aver passato il testimone dell’amore per l’arte. Nella luce dell’arte, cara Maestra, il nostro conversare non avrà mai fine.

Io provo un grande dolore: ma la immagino felice.............. Vale! ADRIANO DUGULIN 11 giugno 2007

Carlina, dolcissima amica

di Giovanna Stuparich Criscione

    Carlina, dolcissima amica, te ne sei andata in punta di piedi come sei vissuta: discreta, riservata, modesta. 
    In questo ultimo periodo comunicavamo poco fra noi, ma la nostra amicizia è stata sempre ferma, sincera senza
un’incrinatura. Tu fosti anche il mio avvocato difensore per due volte; e molto valido e intelligente! 
    La prima volta fu quando, a Trieste, presentammo insieme ad Ottavio Cecchi l’ultima edizione di “Trieste nei
miei ricordi” col titolo di “Cuore adolescente” di Giani Stuparich. 
    Mentre entravamo nell’edificio dove si sarebbe presentato il libro, Bianca Maria Favetta, scuotendo la testa, fece
degli apprezzamenti negativi riguardo Cecchi e me: non approvava le nostre idee politiche. Tu le rispondesti: “Giovanna ha le sue buone ragioni! Su, entriamo” .
   
La seconda volta andò così: C’era un raduno di lussignani a Trieste. Quando Gemmetta Iviani mi vide, esclamò con grande senso di superiorità: “Che ci vieni a fare qui? Non sei mica lussignana tu!” Rimasi male ma non dissi nulla. Parlasti invece tu: “Giovanna è più lussignana di te e di me: anche se non è nata a Lussino ha sempre nel cuore la nostra isola…. E poi il suo nome non ti dice niente?” 
    Cara amica, la tua cultura spaziava in vari campi: Storia dell’arte, Archeologia, Letteratura, ecc. Mi mandasti un
giorno una lunga lettera riproducendo tutte le “Litanie degli Ittiti” e così potei fronteggiare il terribile prof. Moschino, scienziato dell’Università Gregoriana, facendo una splendida figura per merito tuo e di tuo marito. 
    Gradisti molto i due volumi illustrati con tanti mosaici di Giordania che, tramite il francescano dottissimo professor
Michele Piccirillo, feci venire da Gerusalemme per te. 
    Hai avuto una vita difficile e tragica proprio nell’ultimo periodo. La tua incredibile forza d’animo e volontà, per
quanto tu fossi stanca e ammalata, ti diedero la forza di prendere il treno per raggiungere Milano, dove un triste Destino ti aveva portato via il tuo unico figlio! 
    Al tuo ritorno a Trieste, ti telefonai con grande titubanza; mi rispondesti con la tua solita voce serena, pacata
cadenzata con espressioni dalmate, ringraziandomi e finendo con queste parole: “Mi sento molto stanca, prega per me”. La notizia della tua morte mi scuote profondamente, ma capisco che non avevi più voglia di vivere. Noi, amiche lussignane e “pseudolussignane” ti rimpiangeremo per tutta la vita, però mi piace immaginare che nell’altra vita continueremo a parlare delle nostre “grote” e del nostro mare, il più bello del mondo. Forse questa sicurezza me la dà la Fede che non è mai mancata né a te né a me.

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Ultimo aggiornamento domenica 18 novembre 2007